«Professore a New York Nessuna tentazione non tornerò in pedana»

Igor Cassina ha lasciato la ginnastica con una stagione d’anticipo su Londra 2012. Alla prossima Olimpiade, a 35 anni, sarebbe ancora competitivo per il podio, dopo il quarto posto di Pechino e il bronzo mondiale ’09. Non avrà ripensamenti, al contrario di Yuri Chechi, tantopiù che per un anno si trasferisce negli Stati Uniti. È partito ieri pomeriggio per New York, insegnerà educazione fisica.
«A marzo mi ero ritirato – racconta -, andai a Manhattan, alla scuola d'Italia Guglielmo Marconi, contattato dalla preside Anna Fiore, per parlare ai ragazzi della mia storia, per i 150 anni dell’unità. Entusiasta di come mi ero rapportato con gli studenti, il capo d’istituto mi ha proposto la docenza».
Un incarico che avrebbe potuto ricevere anche in Italia, in Usa però è diverso.
«Ho l’approvazione del presidente Riccardo Agabio, sono testimonial della federginnastica, per alcuni eventi sono ambasciatore del movimento».
Come personaggio mediatico, Cassina non si è imposto, a differenza di Yuri Chechi, commentatore e volto olimpico per la Rai. È sempre umile e schivo.
«Per me l’America è un'esperienza di vita completamente nuova, mi arricchirà da tanti punti di vista. Insegnerò anche un corso di ginnastica di base, imparerò la lingua».
Di prestigio, insomma, ma è come fosse un semplice supplente. Vive bene il momento della discesa dalla sbarra, mentre alcuni campioni quando lasciano il palcoscenico prendono cattive strade, per lo spegnimento delle luci della ribalta?
«Non è un problema – riflette -, il tentativo in futuro sarà proprio di rendere il mio sport più popolare. Personalmente non ho rimpianti, mi sono levato ogni soddisfazione, non potevo chiedere di più».
A 7 anni si affacciava in palestra, immediatamente sognando l’oro.
«Fantasticavo, da bambino è normale. Mi sono appassionato e ho pure ottenuto risultati».
Solo nel 2003, però, a 26 anni, i primi successi internazionali: argento europeo e poi mondiale.
«Nel decennio precedente fui operato tre volte: alla caviglia sinistra, nel malleolo ho 4 viti. Ho sofferto fisicamente, temevo di non tornare a livelli elevati».
La sbarra è fra gli attrezzi più rischiosi e temuti.
«Servono coraggio e persino follia in certi movimenti: quando ti stacchi a 3-4 metri dal suolo, rischi di cadere e farti male; l’esercizio non riesce sempre».
Si infortunò al corpo libero e al volteggio, specialità ancora più pericolose.
«In 50-60 secondi di esercizio gli arti inferiori sono alquanto sollecitati, mentre alla sbarra se manchi la presa sfuma il risultato. Sino al 2001 le mie tecniche erano imperfette, le ho affinate e da allora ogni anno quantomeno avevo raggiunto le finali».
Grazie al maestro Franco Giorgetti e poi a Maurizio Allievi, pure ct azzurro.
«È il miglior allenatore al mondo. Il cugino Vittorio partecipò a due Olimpiadi, Maurizio lasciò presto per emergere da tecnico: ha seguito pure Chechi, nell’ultimo mondiale. Merito suo la quasi metà dei miei titoli».