Il Professore scrive al Parlamento: «Gli italiani capiranno i nostri tagli»

Fabrizio de Feo

da Roma

«Gli sforzi che siamo chiamati a compiere hanno obiettivi ambiziosi, che si rafforzano reciprocamente e produrranno risultati concreti e positivi già nell’immediato e ancor più nel seguito. È con questo spirito, e nella certezza che il loro significato verrà ben compreso, che li proponiamo agli italiani».
Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, e il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, prendono carta e penna e firmano congiuntamente una lettera per difendere pubblicamente la filosofia e l’impostazione del Dpef. Una missiva inviata ai presidenti di Camera e Senato con cui il premier e il titolare delle casse dello Stato si mostrano convinti di essere sulla strada giusta e «certi» che gli italiani comprenderanno.
La genesi del messaggio va ricercata nella necessità di preparare il terreno a un dibattito parlamentare che, a giudicare dalle prime avvisaglie, si annuncia difficile e tormentato. Il premier e il titolare delle casse dello Stato decidono, così, di volare alto. E fissare obiettivi di ampio respiro: «Sbloccare l’Italia dall’intreccio perverso nel quale si è venuta a trovare l’economia» e riportare il Paese nell’alveo delle regole europee. La Finanziaria 2007 servirà anche a questo, scrivono Prodi e Padoa-Schioppa. «Essa sarà di un importo complessivo pari a circa 35 miliardi, di cui 20 destinati alla riduzione del deficit e ben 15 a misure di promozione di crescita, competitività ed equità sociale».
Il governo - si legge ancora nella lettera - mantiene dunque invariati «gli impegni presi con l’Ue per un rientro sotto il 3 per cento del rapporto deficit-Pil già nel 2007 - anno in cui si prevede scenda al 2.8 per cento - e ulteriori correzioni strutturali di mezzo punto percentuale di Pil negli anni successivi». Quindi la lettera entra nel merito della questione forse politicamente più spinosa: la spesa pubblica. Non basterà una politica fiscale più equa - pure perseguita dal governo - per «correggere gli andamenti di fondo della finanza pubblica», scrivono. Si rende «indispensabile» intervenire anche «su tendenze strutturali della spesa pubblica che sono sempre meno favorevoli, in particolare su quattro grandi comparti - sistema pensionistico, servizio sanitario, amministrazioni pubbliche, finanza degli enti decentrati - che ne rappresentano circa l’80 per cento». Intervenire sulla spesa pubblica vuol dire mettere mano a «ognuno dei quattro grandi comparti» che «presenta al suo interno squilibri, inefficienze, duplicazioni e arretratezze che richiedono, di per sé, interventi correttivi». Un’operazione inevitabile, quella di correzione degli sprechi. Perché «se pure non fosse costretta a ridurre il deficit e ad alleggerire il debito, l’Italia dovrebbe comunque porre mano a una riqualificazione della spesa pubblica per poter destinare più risorse a nuove infrastrutture, ricerca, politiche di solidarietà sociale e cultura».