AL PROFESSORE SERVE UNA BADANTE

Se non fosse il presidente del Consiglio, ci sarebbe da scherzare. Ma l'incredibile sequenza di dichiarazioni e di episodi di cui è stato protagonista in questi giorni Romano Prodi va presa sul serio. Governa un uomo che appare solo, smarrito e che troppo spesso non controlla il linguaggio. Gli ci vorrebbe una badante, capace di indurlo a fermarsi un attimo, prima di rispondere e di decidere, capace di restituirgli la bonarietà e la prudenza democristiana dei bei tempi andati.
Se ne sono accorti perfino i giornali amici, penso a Repubblica e al Corriere della Sera, che lo hanno sostenuto dalle primarie alla campagna elettorale e in questi primi mesi di governo, e che ieri hanno notato l'una la tortuosità del suo comportamento sull'affaire Telecom e l'altro i rischi della sua voglia matta di parlare con Ahmadinejad. Si comporta come se Palazzo Chigi fosse un mondo a parte, completamente separato da ciò che succede. Così è «roba da matti» dover andare in Parlamento. Così al Papa devono «pensare le sue guardie». Per Prodi è come se non esistesse un clima di odio, costruito artificialmente e con intenti politici criminali, contro Joseph Ratzinger. È come se un simile gigantesco problema non lo toccasse. Questo è il senso di quelle parole, che invano si è cercato di correggere con un comunicato ufficiale.
Non è uno stile di governo. Non è una leadership politica. Non è senso civico. Questo è il problema che si pone. Lasciamo stare il confronto con il trattamento che, un giorno sì e l'altro pure, veniva riservato a Silvio Berlusconi considerato «inadeguato» e «incapace». Non voglio nemmeno pensare a cosa sarebbe accaduto, a quale emergenza democratica sarebbe stata invocata se il leader del centrodestra avesse usato quelle parole di fronte alla richiesta di andare in Parlamento a riferire su suoi rapporti con una grande impresa strategica nel settore delle comunicazioni.
Ora c'è da pensare - con preoccupazione - ad un presidente del Consiglio che amerebbe non confrontarsi nelle assemblee elettive, che sorvola con disinvoltura sui diritti umani in Cina inventando la formula vuota del «dialogo strutturato», che si precipita - su mandato di Chirac? - da quell'Ahmadinejad che vuole costruire l'atomica per distruggere Israele e che dichiara che la sicurezza del Papa non lo riguarda.
È una sequenza in cui non appare un solo riferimento a un valore, a un principio. Per stare all'episodio di ieri, l'ultimo, c'è da ricordare che Benedetto XVI in queste settimane è diventato il simbolo del diritto di parola e che la campagna fomentata dai fondamentalisti ha posto un problema di libertà universale. Come fa un presidente del Consiglio a lasciarsi sfuggire non una battuta, ma un pensiero secondo cui tutto ciò deve essere affrontato dalle guardie svizzere?
Non si può non essere colpiti dal fatto che in questi giorni Romano Prodi ha espresso, con le sue parole e i suoi atti pubblici, una non-politica, un non-pensiero. E ha mostrato di essere il titolare di un vuoto di leadership. Le ragioni possono essere tante. C'è la debolezza della coalizione che rappresenta. C'è la contestazione, più o meno sotterranea, che viene dalle sue stesse file. C'è l'esaurimento del suo progetto di raccogliere Ds e Margherita in un solo partito, il «suo» partito. Ci sono le critiche sempre più esplicite della stampa amica. C'è, insomma, la sua solitudine.
Ma le ragioni interessano poco. Il problema, maledettamente serio, riguarda l'Italia, il cui presidente del Consiglio dà con ostinazione, senza che nessuno lo corregga, troppi cattivi esempi.