Il professore è troppo liberale: sospeso dall’insegnamento

Atilla Yayla è uno scienziato turco della politica, ben noto negli ambienti liberali internazionali per le sua militanza in difesa del mercato. Da anni, tra l'altro, egli ha dato vita ad un istituto (l’Associazione per il pensiero liberale) che rappresenta una voce assolutamente originale non solo in Turchia, ma nell'intero universo islamico, e che ha già al suo attivo più di 150 volumi.
Da qualche settimana, però, Yayla si trova in una situazione difficile. Il rettore della sua università (la Gazi, di Ankara) l'ha infatti sospeso dall'insegnamento. La decisione è maturata a seguito di una dura campagna scatenata contro di lui da quei settori nazionalisti che vedono in Yayla e nei suoi allievi una minaccia per lo Stato costruito da Mustafa Kemal Atatürk.
Il casus belli risale al novembre scorso, quando Yayla fu invitato a tenere una relazione in un convegno organizzato da una sede locale del partito al governo. In quell'occasione Yayla disse quello che ogni liberale deve dire di fronte alla Turchia contemporanea: e cioè che non vi potrà essere spazio per il diritto e le libertà fino a quando lo Stato continuerà ad imporre una propria visione ideologica della realtà, anche poggiando su un culto della personalità che si ritrova soltanto nei Paesi totalitari.
Come ha giustamente sottolineato Tom Palmer (del «Cato Institute»), tale vicenda mostra come l'autentica libertà sia distante tanto dal fondamentalismo, il quale pretende d'imporre a tutti una religione, quanto dal secolarismo imposto, che nega la libertà di esprimere la propria fede. Il fondatore dell’Associazione per il pensiero liberale si trova così tra due fuochi: perché da un lato c’è in Turchia il rischio di un fanatismo religioso, ma dall’altro vi è un potere statale che dura da novant’anni e che ha fatto del laicismo la propria ideologia e della Nazione turca una sorta di fede. Sull’International Herald Tribune, lo stesso Ayala ha rilevato che la sua colpa principale è stata quella di aver «difeso i diritti umani di chiunque, il che naturalmente include i diritti dei curdi e dei musulmani conservatori». Oggi che la sua voce è stata ridotta al silenzio, l’intellettuale turco non ha però perduto il proprio coraggio. Egli si dichiara anzi fiducioso perché la maggior parte dei suoi connazionali (di questo è convinto) è lontana da entrambi gli estremismi.
Negli anni scorsi Yayla ha pubblicato nella lingua del suo Paese alcuni dei grandi classici liberali e libertari: da Locke a Bastiat, da Mises a Hayek. Ed intorno a lui e alla sua associazione vi è oggi una rete di studiosi e militanti che credono nei valori della dignità della persona. Esiste insomma anche una Turchia liberale che se viene perseguitata è proprio perché è considerata in grado di mutare la situazione attuale. Un grave problema troppo spesso ignorato in Europa, però, è che in Turchia le istituzioni rappresentative sono fragilissime perché esiste un potere «reale» ancora nelle mani di generali, giudici e altri apparati dello Stato. Allo studioso liberale di Ankara, accusato di «corrompere la gioventù», viene ora impedito di insegnare proprio perché in Turchia c’è un articolo di legge secondo cui i professori universitari devono «educare gli studenti turchi seguendo i principi e le rivoluzioni introdotte da Atatürk». È l’ideologia dell’élite burocratica e nazionalista, che costruisce il proprio dominio sull’eredità del kemalismo, a sentirsi quindi minacciata dal liberalismo del mite professor Yayla. Ma è proprio quest’uomo, allora, che merita oggi il più grande sostegno e l'appoggio di quanti credono nella possibilità di una Turchia migliore.