Il profeta contadino che coltivava utopie

Si diceva «provvisto di doti meravigliose» e legato con un filo diretto a Dio in persona. Ma inseguiva la probità spassandosela al tavolo verde e con le ragazzine

«Ho la certezza di essere provvisto di doti meravigliose», diceva il Nostro e la sua natura appassionata gli faceva pensare di essere al mondo per salvarlo. Aveva un’autostima decisamente abbondante. «Non ho ancora conosciuto - scriveva nel Diario che cominciò ragazzo e tenne fino alla morte, a 82 anni - un uomo che fosse moralmente alla mia altezza. Non ricordo una sola occasione della mia vita in cui non mi sia dedicato al bene». Si considerava della stessa genia di Mosè, Confucio, Budda. Aveva il filo diretto con Dio e talvolta esagerava in confidenza: «Aiutami padre. Vieni e dimora con me. Tu sei già in me. Tu sei già IO». Come dire che coabitava col Signore. Poi, da queste altezze precipitava nello sconforto appena le cose prendevano una sgradevole piega terrena.
Era infatti un notevole peccatore, macerato dai sensi di colpa. Ma della colpa aveva un’idea personale. Un suo vizio era il gioco. Al tavolo verde perdette la cospicua fortuna ereditata dalla madre Volkonskj, una delle grandi stirpi europee con proprietà dovunque. A Roma, per dire, la famiglia possedeva la villa con parco oggi residenza dell’ambasciatore d’Inghilterra. Dopo essersi giocato tutto, il Nostro si era fatto prestare diversi soldi dagli amici, senza mai restituirli e rovinando gli ingenui. Danneggiare il prossimo non lo disturbava affatto. Se la cavava con qualche cenno distratto sul diario. Ciò che invece lo gettava nella disperazione era l’essere schiavo del vizio, anziché padrone della sua volontà. Questa moralità concentrata su sé stesso e indifferente agli altri, fu un suo segno caratteristico.
Aveva anche un sovrabbondante desiderio sessuale che faceva a pugni col suo sogno di purezza. A un suo biografo confidò di non aver potuto fare a meno del sesso fino a 81 anni. Frequentò prostitute, alternandole a zingarelle e giovani contadine. Era un uomo vigoroso, ma privo di finezza. Aveva l’aspetto di un contadino. Cercò di nobilitarlo con una barba da filosofo che divenne sempre più lunga e profetica con gli anni. Detestava a tal punto i dentisti che nel 1862, quando si sposò trentaquattrenne, aveva già perso quasi tutti i denti. Nonostante questo, la moglie, Sofia Bers, lo adorò a lungo prima che il matrimonio si trasformasse in una delle unioni più infelici della storia della letteratura. Sofia dovette sopportare l’insaziabile appetito sessuale del marito che la costrinse ad avere dodici rampolli.
Questa abnegazione non la preservò dalle infedeltà. Da una contadina della sua grande tenuta, il Nostro ebbe un figlio, il tredicesimo, che però non riconobbe. Cresciuto, Timoteo fu confinato dal padre al ruolo di stalliere nelle scuderie di famiglia, ricche di 400 cavalli, tra cui destrieri arabi provenienti dalla Samaria. Il ragazzo condivise l’esistenza dei 300 servi della gleba vincolati alla proprietà. Ebbe, anzi, vita peggiore degli altri. Seguendo le proprie utopie sociali, il Nostro aveva creato una rete di scuole per dare una speranza di riscatto ai contadini. Costringeva tutti a frequentarle, ma le vietò al figlio: temeva che, acculturandosi, ardisse pretendere il riconoscimento della paternità. Timoteo finì cocchiere dei fratellastri.
Sul lastrico per il gioco, il Nostro si era rifatto una fortuna con libri di successo mondiale. Scrisse romanzi, racconti, drammi e opere politico-teologiche, quelle a cui teneva di più. Si considerava il fondatore di un cristianesimo rinnovato il cui obiettivo era la beatitudine in terra, non quella futura. Negava la divinità di Cristo e la Chiesa lo scomunicò. Predicava una rivoluzione popolare e il governo lo mise sotto sorveglianza. Soprattutto, auspicava l’abolizione della servitù della gleba. Poteva cominciare da casa propria ma, pur desiderandolo, non osò. Anche questo lo faceva sentire in colpa. Gli venne l’uzzolo di distribuire le ricchezze ai poveri. Si liberò del mantello di pelliccia e cominciò a vestirsi da contadino, stivali, camiciotto, berretto. Si alzava col buio, svuotava i pitali, spaccava legna, arava. Andò da un ciabattino per imparare il mestiere. «Quale luce emana nel suo angolo sporco e buio», diceva del poveretto.
In breve, divenne un profeta. Iniziarono ad affluire seguaci nella tenuta, che si trasformò in un santuario. Arrivavano monaci, santoni, bonzi, pacifisti, mattoidi. Sofia, intanto, cercava di tenere duro. Continuava a imbandire pranzi di cinque portate e a farli servire dai domestici in livrea. Il Nostro si sentiva un leone in gabbia. «Questa non è vita», urlava e il rancore per la moglie, che gli impediva di vivere la sua utopia, cresceva. Sofia, per capire meglio cosa frullasse nella testa del suo uomo, cominciò a leggere di nascosto i suoi diari. Vide le terribili parole che usava contro di lei e si infuriò. Le liti divennero quotidiane. Nonostante i divieti, Sofia continuò a frugare. Una notte, il profeta la sorprese con le mani nei suoi cassetti. «Me ne vado per sempre», tuonò. E così com’era, vigoroso nonostante l’età, prese il treno per il Sud.
Morì durante il viaggio, di broncopolmonite, in una piccola stazione non lontano dal Don.
Chi era?