Il Profeta raccontato dai biografi medievali

«Quando Allah grande e potente volle creare il Signore degli Inviati e il più nobile degli esseri, disse agli angeli: “Io creo un uomo d’argilla, che ho scelto al di sopra di tutte le creature e che intercederà presso di me il giorno della Resurrezione. Se non fosse per lui i giardini del paradiso non sarebbero stati abbelliti né sarebbero stati accesi i fuochi degli inferi. Riconoscetene il rango e rendetegli onore”».
È uno dei primi passaggi di Le luci e la lampada delle felicità e dei pensieri nel racconto della luce di Muhammad l’eletto e il prescelto, opera di al-Bakri, biografo medievale di Maometto. È tra le opere più note che ci forniscono informazioni sulle origini e la vita del profeta dell’Islam, muovendosi su un piano di predestinazione. Edito nel 1959 al Cairo, il libro sarebbe rimasto disponibile ai soli conoscitori della lingua araba se una rilevante iniziativa editoriale non l’avesse tradotto parzialmente in italiano. Il merito della traduzione è di Roberto Tottoli, docente all’Orientale di Napoli, il quale ha curato con Michael Lecker il primo volume della collana «Islamica» Mondadori. Una vasta selezione dell’opera di al-Bakri si trova così accanto ad altri excerpta di una decina di Vite antiche di Maometto (pagg. 454, euro 17), tra le quali spiccano Il libro delle battaglie di al-Waqidi e la Storia degli inviati e dei re di al-Tabari, insieme a La vita del profeta di Ibn Hisham, la più antica biografia di Maometto disponibile.
In questa silloge si dispiegano i «miracoli» attribuiti al profeta e alla sua famiglia; eppure il protagonista vero dei racconti non è il profeta, quanto il mondo che venne modificato da lui e che di lui si appropriò. Come scrive Lecker, «il genere letterario della biografia di Muhammad si concentra sulle figure dei compagni, mentre il profeta rimane sullo sfondo». E «la ragione - continua il docente della Hebrew university di Gerusalemme - sta nel fatto che i racconti inclusi nelle biografie non furono trasmessi dai discendenti di Muhammad, ma da quelli dei suoi compagni, decisi a trasmettere (ed esaltare) ai posteri il ruolo dei propri antenati».
Certo, come sostengono i curatori, esiste un fondo di verità in molti dei passi riportati, da recuperare al di là del significato attribuito loro dai vari autori. Ed è su questo piano che si colloca la sfida posta allo studio dell’Islam storico: non limitarsi a ripetere i contenuti delle «fonti antiche», ma vagliarle per trattenere ciò che è valido. Con qualche secolo di ritardo, le fonti islamiche vengono sempre più sottoposte al crogiolo della critica storica, filologica e letteraria. Ed è noto come non siano poche le resistenze dei custodi del tradizionalismo cieco, che insistono sui segni della profezia come la luce divina forgiata da Allah per il suo profeta e destinata a trasmettersi ai suoi progenitori di coito in coito, o la nube che lo copriva dalla calura o il suo essere nato al sesto, settimo, ottavo o decimo mese, ma non al nono perché il bimbo non era come tutti gli altri, o ancora il suo profumo di muschio e il «sigillo della profezia», quel neo giallastro tra le scapole, con gli altri mille particolari di una vita straordinaria.
Ma la raccolta dei passi è stata fatta secondo un criterio più che discutibile, basato su un «intento esclusivamente narrativo» e quindi non storico-critico. Così, insieme a una ricca mole di spunti, il libro fornisce al lettore anche nuovi paradossi: non solo la biografia così ricostruita non «esiste» né nelle singole fonti né nel loro complesso, ma per di più scalza il presupposto metodologico suggerito nell’introduzione.