Profumo di Generali sulla strada di Bazoli

I prossimi assestamenti delle Generali sono l'appuntamento più importante del potere finanziario in Italia. In clima, però, di palude prodiana potrebbe succedere che non succeda niente: soprattutto se il «niente» corrisponde agli interessi del premier. Al centro della partita si trova l'ultima «personalità» della finanza del Dopoguerra, Antoine Bernheim, presidente della società triestina. Mediobanca è determinante nel controllo della compagnia di Bernheim: ma la storica banca d'affari non ha la centralità d'un tempo. I suoi due dirigenti fondamentali, Alberto Nagel e Renato Pagliaro, sono bravissimi e i loro risultati ottimi. Ma il riequilibrio dei poteri tra proprietà e management del dopo Maranghi ha tolto loro ruolo strategico. Dentro il gruppo di controllo di Mediobanca (ne fanno parte due banche come Unicredit e Capitalia), Bernheim può contare, inoltre, su un bel gruppetto di fedelissimi guidati da Vincent Bolloré. Le Generali hanno anche un ruolo di primo piano nell’altro grande gruppo Intesa San Paolo: sia per accordi di bancassurance, sia per un 5 per cento di azioni della nuova banca possedute dalla compagnia triestina, con annessa vicepresidenza di Bernheim nel consiglio di sorveglianza.
Insomma la società del Leone ha una centralità nella finanza italiana eccezionale. La sua tentazione a lasciare tutto così com’è, è forte. Anche perché le Generali sono un formidabile asset per l’Italia e la loro attuale gestione è assolutamente positiva. Eppure è una soluzione sbagliata: come indicano i rilievi dell’Antitrust ai triestini sugli intrecci tra Mediobanca (Unicredit e Capitalia), Generali e Intesa Sanpaolo. Il governo prodiano pare ritenere che l’unica concorrenza rilevante in Italia sia quella fra tassisti: invece manca soprattutto competizione tra i gruppi finanziari, molla essenziale per spingere all’internazionalizzazione la nostra economia. Ecco perché superare lo status quo bancario-assicurativo è fondamentale. C’è chi ne auspica lo sblocco con una fusione tra compagnia triestina e nuovo gruppo Intesa Sanpaolo: così pensa il dominus del nuovo gruppo, Giovanni Bazoli, che a tal fine ha già messo in movimento l’amico (e socio) Romain Zaleski. Questa soluzione, però, consolida una non convincente tendenza bazoliana: risolvere i problemi di razionalizzazione degli istituti che questi presiede allargando l’impero. Dopo l’Ambrosiano, la Cattolica, la Cariplo, la Comit e ora il Sanpaolo. Spesso questa impostazione provoca sprechi di risorse, soprattutto prima dell’arrivo di Corrado Passera, e comunque non determina un dinamismo adeguato ai bisogni della società italiana. La costruzione della nuova mega banca è positiva, ma ora deve rivolgersi all’estero. Risolutiva, invece, sarebbe l’integrazione delle Generali con i suoi attuali soci di controllo: Mediobanca, e dunque Capitalia e Unicredit. Proprio il rapporto con quest’ultimo istituto darebbe quel tocco di internazionalizzazione oggi fondamentale per l’Italia. Senza Unicredit, però, l’operazione è difficile. E qui nascono alcuni problemi. Alessandro Profumo si è dimostrato il miglior manager bancario italiano per come ha dotato l’Unicredit di un modello di organizzazione veramente moderno. Il banchiere ha mostrato, poi, visione e coraggio nel costruire un gruppo unico con la quarta banca tedesca, la Hvb. Ha manifestato idee esemplari sul rapporto banche-editoria e conflitti d’interesse in Mediobanca. Eppure mentre come manager è coraggiosissimo, come banchiere, cioè come persona che amministra un potere reale per qualche verso politico, manifesta una singolare timidezza: dice cose giuste ma non fa seguire azioni che sostengano le sue convinzioni. L’ultima prova di potere l’ha data partecipando alla congiura contro Vincenzo Maranghi. Eliminato un protagonista della finanza italiana che ne teneva viva la dialettica, Profumo si è «quasi» ritirato dal potere. Un suo diritto: deve rispondere solo a una proprietà senza dubbio soddisfatta dai risultati. Ma gli effetti di questo suo ritirarsi pesano sull’Italia e alla lunga, se non sui risultati dell’Unicredit, finiranno per influire sull’«italianità» dell’istituto, risorsa altrettanto preziosa della sua «germanicità».