Profumo si difende e contrattacca: «Non siamo la banca dei derivati»

da Milano

Il cda itinerante di Unicredit, voluto per sottolineare la dimensione europea del gruppo bancario, sbarca a Istanbul. E Alessandro Profumo ne fa una questione di orgoglio: infastidito dal continuo martellamento del titolo in Borsa, ritenuto ingiustificato, l’amministrato delegato di Unicredit sprona i suoi consiglieri con decisione. «Non siamo la banca dei derivati», è il senso dell’arringa di ieri, nella quale Profumo ha ribadito che l’accusa alla banca di essere esposta e di aver spinto i suoi clienti verso rischi non calcolati è priva di ogni fondamento.
Così la riunione, che aveva all’ordine del giorno temi di ordinaria amministrazione, è stata l’occasione per fare il punto sull’esposizione in derivati, che mostra la riduzione della perdita potenziale complessiva dei clienti Unicredit a fine dicembre 2007 a circa 1,1 miliardi rispetto a 1,75 miliardi di un anno prima. Profumo ha parlato di un trend in costante e progressivo miglioramento. Incrociando i dati di Bankitalia, Profumo ha messo in evidenza come a fine dicembre 2006 il mercato italiano registrava un «mark to market» negativo per 3,5 miliardi, con i clienti Unicredit a quota 1,9 miliardi. Mentre a fine settembre scorso il valore negativo era salito a 5,2 miliardi, ma con Unicredit che è sceso a 1,2, ulteriormente ridotti tra settembre e dicembre 2007 a 1,1.
Come noto la Borsa ha punito assai i titoli Unicredit: dalla fusione di Capitalia annunciata nove mesi fa, le quotazioni delle azioni si sono ridotte del 30%, portando la capitalizzazione da 96 a 66 miliardi. Ma a ben guardare c’è chi ha fatto molto peggio. Nello stesso periodo l’emorragia di capitalizzazione di Borsa ha colpito Ubs più di tutti: il 54% del valore è andato in fumo tra svalutazioni e voci di ogni tipo. Mentre SocGen, dopo il buco di 5 miliardi, ha bruciato quasi la metà (47%) del suo valore. Poco meglio ha fatto Royal Bank of Scotland. Ma sono anche altre (Bnp Paribas, -35%, Barclays, -33%) ad avere perso più di Profumo. Mentre in Italia anche il Monte dei Paschi (che paga l’offerta da 9 miliardi fatta per Antonveneta), ha fatto peggio di Unicredit, cedendo il 40% del suo valore.
Si è difesa meglio Intesa Sanpaolo, che perdendo il 20% ha ridotto le distanze in termini di capitalizzazione da Unicredit: ora sono meno di 10 i miliardi che li dividono, la metà di nove mesi fa. E come Intesa hanno tenuto i colossi spagnoli Bilbao (-26%) e Santander (-12%). Banche che mostrano nel bene e nel male una tenuta direttamente proporzionale al loro spazio di crescita. E su questo punta probabilmente Profumo: una volta convinti i mercati che non ci sono scheletri negli armadi, la strada della risalita potrebbe essere affrontata con rapidità.