Progetti per dimenticare il cemento armato

da Venezia
T ra passato e futuro, scelgo il presente. Sono andato a sedermi nei prati dell’Arsenale Nuovissimo, tra i cani neri di Velasco Vitali, nell’unica ipotesi di museo modulare e scalabile, quella ideata da Arturo Montanelli insieme all’artista bellanese, che si è vista alla XII Biennale dell’Architettura di Venezia, nella mostra collaterale Culture-Nature. Tra cultura e natura, dobbiamo provare a preferire l’indole randagia, bastarda della cultura, che ci lascia soli anche quando siamo in branco. La retorica green della sostenibilità, che resta il solo sintomo di riflessione del monstrum itinerante People meet in architecture, può trovare allora il suo controcanto nel tentativo di storicizzazione del Padiglione Italia, curato da Luca Molinari, che ha formulato la titolazione ribaltata Ailati. Riflessi dal futuro. Il ricordo, il laboratorio e il manifesto sono le tre dimensioni operative scelte per provare a documentare che nel nostro Paese si è continuato, pur nel rumore di fondo di una vicenda nazionale segnata dall’aggressività del cemento, a fare e pensare architettura.
L’impostazione scelta da Molinari pone però un problema preliminare: il tentativo - il primo, secondo il curatore - di storicizzare quanto è accaduto negli ultimi vent’anni può davvero prescindere dalla narrazione di quanto le archistar internazionali sono state chiamate a fare nel nostro Paese? A parere di chi scrive esiste una storia che non passa dal dibattito delle riviste di settore e dai grandi studi. Una storia che è fatta anche di episodi quali il «no» della città di Modena alla porta monumentale di Frank Gehry.
La parte più ambiziosa del disegno di Molinari è la seconda, quella apparentemente didascalica del Laboratorio Italia. In cui si cerca di verificare quali siano state le risposte ai problemi espressi dal nostro territorio e dalla nostra società. Il formato espositivo è semplice e di grande chiarezza: una serie di tavoli in cui vengono mostrate le realizzazioni, attraverso foto, modelli e brevi testi. Senza esibizioni non richieste di artistry. Si potrà poi discutere nel merito estetico di alcune selezioni - chiedendosi ad esempio se davvero si possa riprogettare il territorio in maniera «paratattica», come nel caso della Biblioteca hi-tech addossata all’oratorio barocco di Lonate Ceppino. Ma resta il valore documentale dello scatto in movimento di una realtà di cui è ancora possibile ragionare.
Dove invece Ailati non ci ha convinto è nella sezione conclusiva, Italia 2050. Anzitutto, perché il passato è «breve» (1990-2010) e il futuro «lungo»? Svuotata della dimensione politica dell’attualità, la riflessione rischia di diventare escapistica, e non a caso è stato scelto come partner per questa sezione il mensile Wired, che incarna l’aspirazione a vivere in un mondo ancora da configurare. Sono stati così individuati quattordici «pensatori», scelti nella generazione di mezzo, quella dei quarantenni - molto di moda quest’estate. Le loro idee sono poi state affidate ad altrettanti autori del mondo dell’architettura italiana, perché le visualizzassero. Si ricade così nello stilema dell’installazione: in un padiglione buio, una serie di scalette permette di fare capolino su una pedana, e di godere così di una visione parziale delle creazioni sviluppate attorno a ciascun tema. Da un’altra scala si raggiunge una torretta, da cui è fruibile la panoramica globale di questo spazio. E si ricade in quest’idea di un’architettura sfuggente, senza baricentro, scritta con l’inchiostro simpatico, apparentata più con l’insiemistica che con la composizione. Intessuta di un discorso che la nega. E nei discorsi, come nelle nubi, resta ancora difficile - ma nel 2050 chissa? - andare ad abitare.