Il programma di Damocle

La verità è che la sciagura bipolare colse impreparato un Paese che prima del 1994 era troppo abituato all’accomodamento e alla mediazione, da suk latino quale fondamentalmente era e resta. Vista di fronte, quest’arte della mediazione prendeva il nome di politica; vista di spalle, era la peggior parte di quel compromesso alla democristiana che officiava le proprie liturgie in dispregio a qualsiasi cosa che in campagna elettorale fosse stata detta o promessa. La sciagura bipolare ci ha lasciato almeno questo: la mera pretesa che il rispetto dei programmi possa misurare la riuscita di un governo, anche se oggi, a destra e a sinistra, non mancano forze soprattutto centriste che considerano i programmi come un accessorio formale sul quale sviluppare, pensano, un’azione politica magari in contraddizione con quanto promesso; forze politiche, ossia, che per mentalità e formazione considerano normale promettere una cosa e poi farne un’altra. Ecco, sarebbe buono se dal Paese venisse perlomeno questo messaggio: che questa mentalità è giusto quel poco che non rimpiangiamo della cosiddetta prima Repubblica. Un programma non è un manifesto ideologico, non è la pretesa di appianare e far convergere in un solo blocco di coalizione divergenze che sono anche etiche, bioetiche e culturali: un programma è un pugno di cose importanti che dici di voler fare, e che, se non farai, probabilmente andrai a casa.