Il programma di Veltroni: copiare Berlusconi, ma senza dare soluzioni

Dalla sicurezza alle tasse: il programma illustrato ieri da Veltroni, futuro leader del Partito democratico, cerca di imitare la Cdl. <strong><a href="/a.pic1?ID=188865"><font color="#ff6600">E la sinistra radicale si smarca</font></a></strong>. <strong><a href="/a.pic1?ID=188857">Lo show propaganda del Lingotto diventa un Carosello</a></strong>

Torino - La prima telefonata che gli è arrivata, appena finito il suo discorso della corona al Lingotto, è partita da Palazzo Chigi. «Un colloquio bellissimo e commovente», tiene a raccontare Walter Veltroni. Dall'entourage del premier in carica confermano: Prodi gli avrebbe detto «complimenti, e grazie».
Puro fair play politico, dal quale il Professore ieri non poteva esimersi anche se è facile immaginare che gli sia costato. Perché era chiaro fin dalle prime battute che quello di Veltroni non era il semplice intervento programmatico del candidato alla guida di un partito che ancora non c'è: era il manifesto politico di un candidato premier che si prepara, in tempi brevi, alla successione. Perché bisogna «voltare pagina», come ha sottolineato più volte, nel dipingere un paese vecchio e «immobile» che lui, Veltroni, ha spiegato come vorrebbe far ripartire.

E di fair play è stato prodigo anche il Candidato, che si è affrettato a rassicurare che «il primo compito del nascente Partito democratico è il pieno, coerente e deciso sostegno al governo Prodi, al cui successo sono legate molte delle prospettive dei democratici». Ma poi, nell'elencare le priorità che il «suo» Pd deve darsi, Veltroni è entrato nel merito di molte questioni aperte, indicando parole d'ordine che non sono quelle del governo in carica. «Ruba le ricette al centrodestra», lo accusano da Forza Italia. E in effetti, qua e là, fanno capolino idee prese in prestito più da Sarkozy o da David Cameron che dal fantasmagorico programmone dell'Unione prodiana. Meno tasse, più sicurezza e massima «severità, senza se e senza ma», con gli immigrati che violano la legge e «rubano la serenità» ai cittadini, più meritocrazia a scuola e meno ambientalismo caciarone che «sa solo dire no». Sul dolente dossier ancora tutto aperto delle pensioni Veltroni sorvola: per ora se la veda Prodi. Ma qualche staffilata ad un sindacato che «non può e non deve continuare a tutelare solo gli occupati e i pensionati, ma anche i giovani che faticano a trovare lavoro» la assesta. E sulla politica fiscale punta il dito accusatore sull'intera sinistra, che «per troppi anni si è accomodata nella logica del “tassa e spendi”».

Il suo Pd deve «bandire ogni pregiudizio classista» contro i ricchi, e riconoscere che «artigiani, commercianti, piccoli imprenditori leali con il fisco pagano molto, troppo, e soffrono una distanza esasperante tra quello che pagano e quello che ricevono in cambio». A Visco saranno fischiate le orecchie. E dunque «non è con l'odio di classe che si sconfigge l'evasione». E il centrosinistra deve rispondere chiaramente alla domanda: «la pressione fiscale deve diminuire o no?». Per Veltroni, la risposta deve essere «sì»: con cautela, con prudenza, ma «è realistico prevedere una consistente riduzione nei prossimi tre anni», innestando una «spirale virtuosa» che porti a «pagare meno, ma pagare tutti». Ce ne è anche per gli ambientalisti, quelli che dicono sempre «no»: «non si può dire no all'alta velocità, se l'alternativa è traffico che inquina e qualità della vita minore», come non si può dire no «al ciclo di smaltimento dei rifiuti moderni» per lasciare l'Italia disseminata di «discariche a cielo aperto». Difende con decisione i Dico, perché «anche in Italia, come in tutta Europa, vanno riconosciuti i diritti di chi si ama». Invoca un nuovo rapporto con l'opposizione: «Basta con lo scontro feroce, il paese è stanco della politica dell'odio» ed è «sbagliato che ogni nuovo governo si senta in diritto di smantellare quel che ha fatto il precedente». Servono «civiltà e reciproco riconoscimento». E, fa capire, bisogna lavorare insieme per una nuova legge elettorale. Che per lui è la priorità assoluta. E se il Parlamento non riesce a vararla, «sarà il referendum a spingere a farla».

Concede l'onore delle armi a Fassino (presente) e Rutelli (a New York), che hanno «con grande coraggio» sciolto i loro partiti e passato a lui il testimone. Cita solo en passant Massimo D'Alema (a Vienna), ricordandolo come il premier della guerra in Kosovo, e basta. Guida l'applauso per Dario Franceschini, investendolo ufficialmente del ruolo di suo vice. E dà un secco altolà alle candidature di Letta e Bersani: chi vuole corra pure, è il suo messaggio, ma solo se ha da presentare «una piattaforma chiaramente e radicalmente diversa da questa».