Il programma di Walter? Solo banalità

Sul paese soffia un vento pericoloso. Un vento che la amara ironia di Edoardo de Filippo avrebbe definito «il mondo delle parole». Parole vuote per la loro banalità e tragiche per al loro ipocrisia. E con quel vento veleggia Walter Veltroni che come colomba dal desìo (di potere) chiamata elenca il programma di monsignor De la Palisse.
Bisogna ridurre le tasse tagliando dal 2009 un punto l’anno dell’Irpef per tre anni, dice Veltroni. Ma in questo ultimo biennio l’ex sindaco di Roma dov’era quando il governo le tasse le aumentava? Il suo annuncio di oggi ci ricorda la vecchia gag di Totò quando, dovendo pagare cinque lire al macellaio, gliene chiedeva prima altre cinque in prestito e con quelle poi pagava il suo debito. A prescindere dalla comicità dell’annuncio, come farà Veltroni a ridurre le entrate visto che la crescita economica, che non è tra i suoi dodici punti programmatici sta crollando? Mistero della fede. E continua.
Spendere meglio spendere meno. C’è qualcuno che sostiene il contrario, e cioè spendere peggio e spendere di più? Come si vede è il trionfo dell’ovvio, ma anche pacatamente e serenamente della bugia, visto che colla riforma delle pensioni approvata dal governo Prodi la spesa previdenziale è aumentata nel solo interesse di pochi. Ed ancora, sì all’ambientalismo del fare con termovalorizzatori, rigassificatori e Tav. Ricordiamo male o il governo poco più di un anno fa ha revocato le concessioni per l’alta velocità lungo le tratte Genova-Milano e Milano-Venezia? E così è per tutto il resto. Nelle università la parola d’ordine dev’essere «premiare il merito», dice ancora Veltroni. Chi è che nel suo programma invece vuole «premiare il demerito»? E chi non vuole ridurre l’area del lavoro precario, possibile solo con una crescita economica più robusta e più stabile in linea colla media dei paesi della zona Euro? Eppure Veltroni, che come Bruto è uomo d’onore, tace sui drammatici limiti della nostra crescita economica che stanno portando il paese alla deriva, aumentando la precarietà e frantumando, colle crescenti e drammatiche diseguaglianze sociali, la coesione nazionale.
Per non parlare della sicurezza, cui sono stati tagliati ultimamente i fondi finanche alla protezione civile, come ha denunciato con angoscia Bertolaso. Eppoi ricordiamo male o Walter Veltroni è stato il vicepresidente del Consiglio del governo Prodi nel triennio ’96-98, durante il quale nulla di quanto oggi annunciato è stato non solo fatto ma neanche lontanamente pensato? In politica serietà e credibilità vanno di pari passo. E per finire l’ipocrisia politica. Veltroni dice no all’alleanza coi socialisti e dice sì a quella con Di Pietro. I lettori sanno che noi non siamo adusi all’insulto e alle insinuazioni e respingiamo, dunque, l’idea pur suggestiva e largamente sussurrata nei corridoi del Palazzo secondo cui Antonio Di Pietro e Matteo Colaninno siano, su versanti opposti, due esattori politici ai quali non si può dire di no. Allo stesso tempo, però, diciamo con convinzione che il rifiuto del Pd di allearsi con un partito che si chiama socialista ed è parte integrante del partito socialista europeo è l’antica vocazione comunista alla pulizia etnica di una grande cultura politica, già praticata nella Russia di Stalin e a piene mani nei primi anni ’90 proprio dal braccio armato di Antonio Di Pietro. Ed è inquietante vedere nei tg di questi ultimi giorni troneggiare dietro Di Pietro il volto di Leoluca Orlando Cascio, quello che accusò Giovanni Falcone in diretta televisiva di esser colluso colla mafia. E così tutto si tiene. Veltroni nel 1989 votò contro il riarresto dei boss mafiosi del maxiprocesso usciti dal carcere per decorrenza dei termini, mentre Leoluca Orlando infangava Falcone che quel processo aveva istruito e Di Pietro smontava la storia del movimento socialista italiano. È il caso davvero di dire che il buon Dio prima li fa e poi li accoppia.