PROIBITE

Un passatempo licenzioso ma anche la scelta di fronte a un dilemma morale. Il dramma di una madre in «La rilegatrice di libri proibiti» della Starling

Il concetto di limite. Il comune senso del pudore. Il confine che l’etica o la morale pongono tra ciò che è bene fare o pensare e ciò che non lo è. Sono argomenti che la contemporaneità cerca di evitare oppure, visto che è più semplice, di rendere innocui. Come? Giustapponendo. Niente di più politicamente corretto che mescolare senza scegliere: pornografia e documentari sul Mar Morto, libri «spinti» di fianco allo scaffale delle più varie teosofie, pornostar che chiacchierano con il filosofo o lo psichiatra nello stesso talk show. Tutto uguale, tutto con la stessa dignità, senza riflessione, senza barriere da abbattere o da far rispettare. E sia chiaro, prima che qualcuno urli «sepolcro imbiancato», che chi scrive preferisce la pornostar arguta al criminologo cialtrone o al filosofo bolso.
Semplicemente il limite da infrangere o da non infrangere è il discrimine con cui l’arte e la scienza, ma anche la personalità del singolo individuo, devono scontrarsi per trovare il proprio senso, il proprio equilibrio.
È partendo da questa considerazione che un romanzo come La rilegatrice dei libri proibiti di Belinda Starling (Neri Pozza, pagg. 467, euro 18, traduzione di Massimo Ortelio) si rivela prezioso. Con accuratezza storica, senza stucchevoli pretese, ci riporta di fronte a ciò che non conosciamo più: il dilemma morale. La scelta sull’oltrepassare o meno un confine ben marcato sul selciato della vita. E questo dramma interiore cui non siamo più abituati lo mette in scena proprio nell’epoca e nel Paese in cui, più che in altri, modernità industriale, libertà e morale si sono scontrate con ferocia: l’Inghilterra vittoriana.
Correndo la fine degli anni ’50 dell’Ottocento, una giovane madre, Dora Damage, si vede scivolare il mondo addosso. La sua bambina, Lucinda, ha attacchi sempre più frequenti di quello che al tempo veniva ancora chiamato «mal caduco», il marito Peter non riesce più a competere con le grandi legatorie dotate di macchine, anche perché le sue mani si gonfiano per una malattia che nessuno sa curare. In una città dove le sponde del Tamigi strabordano di indigenti e nei vicoli si muore sia di fame sia di coltello, passare da un’onesta condizione borghese (con gli scarafaggi in cucina) a quella di mendicanti (che gli scarafaggi li mangiano) è men che un attimo.
Allora, dopo il banco dei pegni, dopo gli strozzini e dopo aver rifiutato la proposta di finire in un bordello, Dora tenta l’unica via che le resta. Una via quasi più sconveniente del lupanare, per una «signora» del XIX secolo inglese, una via impensabile: afferra gli attrezzi del marito e si mette a creare lussuose copertine in cuoio e in seta. Il tutto fuori da tutte le regole corporative, della morale. Quando poi i suoi committenti altolocati, consci della sua ricattabilità, iniziano a commissionarle preziosissime rilegature di libri proibiti o licenziosi, lei fa ciò che deve fare. Guarda la sua bambina malata, il marito ormai schiavo dell’oppio - unico rimedio per i suoi dolori - e decide che l’unica via di scampo è fare quanto le chiedono. Così le passano tra le mani testi che per la morale dell’epoca scottano: il Decameron, trattati anatomici, Fanny Hill, le memorie di una donna di piacere, l’Ars amatoria di Ovidio, il Gamiani di Alfred De Musset.
Li deve leggere per scegliere i motivi con cui rilegarli. Sa a quali personaggi dell’aristocrazia finiscono in mano, quanto sia diversa la realtà dalla morale che ufficialmente propugnano. Soprattutto scopre cose sulla vita e sul sesso ben diverse da quelle che ha potuto provare con un marito che ha smesso per sempre di toccarla non appena è rimasta incinta. Cose che cambiano il suo modo di intendere la vita, l’amore, le razze.
Ma sono progressi che hanno un prezzo, soprattutto quando i suoi committenti cercano di spingerla ben oltre i limiti della letteratura. Quando la fanno rapire, mettono in pericolo la sua bambina o minacciano di scuoiarla per ricavare una copertina in pelle umana. Come una vera eroina ottocentesca ne verrà a capo, rischiando grosso. Ne verrà a capo guadagnandosi un modo di guardare il mondo tutto suo: tutt’altro che trasgressivo, tutt’altro che bigotto. Insomma proprio quello che a noi non riesce più.