Proietti: "Odiavo far ridere, ora è un dovere"

L’attore torna nelle sale il 12 giugno con <em>Un’estate ai Caraibi</em>,
nuovo cine-ombrellone dei Vanzina: &quot;Interpreto uno che scappa dai debiti
e organizza piccole truffe insieme con un ragazzino di colore&quot;

Roma - «Qua s’è perso il Trattato sulla Commedia di Aristotele: non sanno più distinguere tra farsa e tragedia!», ridacchia Gigi Proietti, con la faccia da «nun me rompe er ca...». Vuol dire che gli italiani, tasche al verde e conti in rosso, non se la fanno tanto spesso una bella risata liberatoria e prendono tutto sul serio. Quanto al cinema di commedia, Totò sarà pure morto, come Sordi o Manfredi, ma nella hit parade degli incassi di stagione ai primi posti figurano film comici, dal cinepanettone a Ficarra&Picone. Infatti il mattatore romano per la seconda volta torna sul grande schermo (quale punta di diamante) col cine-ombrellone dei Vanzina, Un’estate ai Caraibi (dal 12 giugno), affidandosi alla spensieratezza «vacanziniana», che stavolta ha lo sfondo di Antigua, col suo mare di cristallo e le spiagge di farina.

Dopo l’esperienza dell’anno scorso, quando la crisi s’annunciava, ma non mostrava i denti, nessuno avrebbe scommesso un euro sulla storia di mandare la gente in sala, d’estate. E magari l’operazione buonumore riuscirà di nuovo(la Medusa, apripista del filone estivo, qui investe sui 4 milioni di euro), mettendo in campo, oltre al «maresciallo Rocca», Enrico Brignano, Carlo Buccirosso, Enrico Bertolino, Maurizio Mattioli e Paolo Conticini, mentre Martina Stella, Alena Seredova e la playmate americana Sasha Zachary riempiranno, con le loro forme, la casella bellezze al bagno. E si tratta di un film le cui storie (scritte dai figli di Stefano Vanzina, in arte Steno) s’intrecciano a formare un racconto. «Purtroppo, da sempre c’è il viziaccio di sottostimare la commedia, il divertimento», commenta l’attore, che trionfa a teatro. Lo troviamo, scattante e prestante, di passaggio a Roma: sta portando in giro per le piazze del nord Di nuovo buonasera, omaggio al varietà povero (con 170mila spettatori nel 2008). A conferma del fatto che quando c’è da svagarsi con artisti di talento, ci stacchiamo subito dalla tv.

Caro Gigi Proietti, eccola al cine-ombrellone bis. Com’è andata con i Vanzina?
«In modo eccellente. Il mio rapporto con Carlo ed Enrico è ricominciato con il sequel di Febbre da cavallo, cioè La Mandrakata. La loro leggerezza mi si addice».

La vedremo ancora nei panni del simpatico lestofante di «Un’estate al mare», o cambia qualcosa?
«Sono ancora uno che scappa dai debiti di gioco, che mi perseguitano. E vado a vivere ai Caraibi. Dove divido la mia casa con un ragazzino del posto, un adolescente di colore, col quale organizzo piccole truffe. E gli faccio pure un po’ da padre. A un certo punto, mi travesto persino da prete spagnolo. Ai Caraibi, però con la nostalgia di Roma».

Essere ottimisti, di questi tempi poi. Ha un segretuccio?
«Ci provo, per carità. Non ho ricette. Quando ho cominciato, non consideravo neanche il genere comico. Lo disprezzavo, come quasi tutti gli aspiranti attori. Credo che la capacità di far ridere sia un dono: chi ce l’ha, lo deriva da qualcosa di divino. E se non lo esercita, non rispetta una volontà superiore. Far sorridere, per me, è quasi un dovere etico».

Va bene, ma lei personalmente che cosa fa, per darsi la carica?
«Punto sulla comunicazione non virtuale. Niente tv, né Facebook. Incontro il mio pubblico a teatro e sento il suo calore. Lavoro con le mie figlie e so che anch’io ho delle responsabilità».

Che tipo di padre è Gigi Proietti?
«Tollerante. Forse troppo. Con le mie figlie Susanna e Carlotta ho fatto ciò che ritenevo giusto, senza forzare la mano. Per mettere a loro disposizione il mio mestiere, ho aspettato che scoccasse la scintilla. Il rapporto padre-figli è un rapporto di scambio: l’importante è non smettere di cercarlo. Carlotta compone e canta: non so se coltivi, in segreto, l’ambizione di attrice e comunque può stare in scena con me. Susanna è costumista e viene in scena per il gusto di farlo».

La parte paterna le si addice, se ne «La vita è una cosa meravigliosa», ancora dei Vanzina, sarà un tipico padre italiano?
«Mi ci ritrovo. Anche perché le mie figlie sono venute abbastanza tardi e il mio rapporto con la paternità s’è fatto più solido. Vivo circondato da femmine, da mia moglie Sagitta in poi. Il copione de La vita è una cosa meravigliosa mi vede come padre scontento del proprio figlio, che a scuola va male. Anche mia moglie, Nancy Brilli, mi darà dei grattacapi, in un rapporto familiare difficile. Tra problemi economici e di identità, sarà una commedia divertente. Se ti metti a trattare le cose gravi con tono serioso, addio».

Ma com’è che il nostro cinema, inventore della commedia all’italiana, s’impantana spesso in film pallo-seriosi?
«Eh, qua c’è sempre un’élite, una nicchia culturale, che ritiene la comicità inferiore. Lo ha scritto anche Umberto Eco! C’è molta differenza tra farsa e commedia, però se nessuno distingue più neanche tra dramma e tragedia. Non dipende dalla politica, destra o sinistra fa lo stesso: esiste una colonna di Soloni, che si mette più in alto e giudica».