Proietti torna mattatore: "Un film coi Vanzina per rilanciare il teatro"

Arriva la prima pellicola &quot;da ombrellone&quot;: l'attore, fra i protagonisti di <em>Un'estate al mare</em>, svela di aver provato a emulare Totò. E rivela: &quot;Una cosa è chiara. Io sono antico ma non vecchio&quot;

Roma - «Si c’avete er suggeritore e pagate, provamoce!», dice Gigi Proietti, alias conte Duval («Che Pal!», nella sua versione), mentre nel divertente film a episodi Un’estate al mare, firmato Vanzina, da smemorato attore di teatro con la memoria in pappa, rimpiazza un collega ammalato nientedimeno che per una Signora delle camelie, becero allestimento balneare da «vips della Costa Smeralda». Al di là della battuta, che viene para para da uno sketch televisivo dell’autore napoletano Dino Verde (da Canzonissima a canzoni come Dadaumpa o Una zebra a pois, è tutta farina del suo vulcanico sacco, spesso condiviso con Franco Amurri), l’ottimo Gigi, nel suo personale gioco di specchi, si rivolge a chi allenta i cordoni della borsa. Cioè alla Medusa, la maggiore Casa distributrice italiana, che stavolta, forte delle statistiche (quasi la metà degli italiani, quest’estate, non può permettersi una vacanza) si gioca faccia e quattrini nella spericolata operazione «tutti in sala, accaldatamente». Se, infatti, qui tocca vincere in nome e per conto del cinema italiano la partita del portafogli, attraendo lo spettatore con un po’ di svago autoriale e una vagonata di bravi attori, all’ombra dei quasi quaranta gradi e facendo gol col primo film da ombrellone della storia («700 copie? Che coraggio!», commenta ammirato Enrico Lucherini), anche dalle parti di Proietti è sfida a colpi d’ingegno. Bisogna vederlo, lui che da solo regge l’ultimo dei sette episodi va(ca)nziniani, senza bellezze al bagno e nudi zero, in scena insieme alla figlia Susanna, mentre stravolge un testo teatrale, buttandola in risata, tra facce e parolacce da gustosa satira di costume. «Ma scusate: perché non facciamo una verifica? Ho detto ai produttori, visto che da ragazzino magnavo pane e film a episodi. Prendiamo il mio spettacolo Di nuovo, buonasera, che ha totalizzato 2.400 persone a serata, per quattro mesi di fila al Brancacccio, e riproponiamolo così com’è, compagnia teatrale inclusa, nel mio episodio. Voglio proprio vedere se mi riesce quest’operazione, già tentata, con successo, da Totò, di adattare, cioè, il buon teatro al cinema, facendo ridere, sì, ma con un certo spessore drammaturgico», spiega l’eclettico attore cineteatrale romano, la cui ironia tutta graffi è sostanziata da una carica umana detonante.

Camicia bianca di lino, occhiali da sole giovanili, la voce calda e cordiale da persona di famiglia, Gigi Proietti si consente ogni istrionismo, mentre fuori al cinema Embassy sfilano le bionde tacco 12 dei Vanzina, evitando di sfiorarsi sia pure con lo sguardo. Sì, la Silvestedt pare Barbie, la Falchi è bellissima con borsetta di carta, blusa hippy e aria lontana; la Brilli fa la santarellina, d’impalpabile bianco vestita (e arriva tardi, ultima diva dei Parioli), però Luigi, detto Gigi, ha i fotografi addosso e le troupe spalmate intorno. «Il teatro italiano è pieno di farse prodigiose, a partire dall’amico Dino Verde, troppo ce n’è di buon varietà. Se il mio episodio La signora delle camelie ha valore di test? Vorrei riportare i giovani a teatro, facendoli divertire. Quanto al concetto di cultura, bisogna mettersi d’accordo su che cosa vuol dire, “cultura”. Le parolacce, in sé, non risultano volgari: “culetto”, riferito al sedere d’un bambino, non lo è. Ma “culo”, se detto a proposito di un adulto, è veramente volgare? Lo ignoro», scherza il mattatore, che esordì in cinema con Tinto Brass (in L’urlo, 1969), affinando le sue doti di eclettico attore popolare, un occhio a Petrolini, uno a Fregoli, tra teatro, tivù e pubblicità. Nel film dei Vanzina canta in napoletano Dicitencello vuje, la butta in caciara storpiando le parole nel verso pecoreccio («mutande» per «mutante», «mignotta» per «l’ignota») e nel ruolo di Giulio, doppiatore dei Topix, insomma, Proietti fa sempre Proietti. «Perché una cosa è chiara: io sono antico, ma non vecchio».