Promessa mantenuta: fallimento

Lo scritto con cui Angelo Panebianco ieri mattina, sul Corriere della Sera, si è occupato della fine del feeling fra Romano Prodi e l’«establishment economico-finanziario italiano ed europeo» più che un articolo è un referto clinico: la certificazione definitiva di un fallimento e di una delusione. I cosiddetti poteri forti hanno scoperto un premier particolarmente debole, che nella stesura della manovra, vessatoria e ispirata a principi di rozza vendetta sociale, si è lasciato condizionare da centrali politiche di sinistra radicale inutilmente sopravvissute al crollo del comunismo.
Il professor Panebianco ha completato un ciclo di critiche progressive e concentriche che hanno messo a nudo, in un crescendo di rilievi e contestazioni, la pochezza progettuale e strategica della politica economica del governo. Un attacco mirato, significativo proprio perché proveniente da uomini e circoli che avevano contribuito a circondare Romano Prodi di un immeritato prestigio politico, caricando la sua avventura di aspettative e promesse.
La realtà è sotto gli occhi di tutti. Nessuna riforma per rafforzare il mercato, la concorrenza, la modernizzazione dell’apparato produttivo: soltanto la stangata, i balzelli, quasi per un’insopprimibile coazione a ripetere che fa della sinistra più datata il vero, grande partito delle tasse. Le cosiddette liberalizzazioni hanno colpito tassisti, farmacisti, avvocati, categorie i cui mugugni non toccano la sensibilità pelosa delle grandi confederazioni sindacali. E poi, la Finanziaria a colpire tutti senza aiutar nessuno, col proposito di far stringere la cinghia a chiunque porti a casa uno stipendiuccio da 1.200 euro al mese e a quel ceto medio produttivo di piccoli imprenditori che costituiscono una risorsa per questo Paese. E i tagli? E la riduzione di quel corpaccione burocratico in cui si incarna l’amministrazione pubblica? E la modernizzazione della macchina statuale? L’adeguamento delle regole previdenziali alle mutate prospettive demografiche? Oggi, in coro, come il bambino della fiaba, le «teste d’uovo» dell’establishment, i grandi tecnici, gli accademici di conclamata fama, impreziosita da un sinistrismo moderato e con uso di mondo, scoprono che il Professore è nudo e che sotto l’abito grigio del presidente del Consiglio mostra la grana grossa di una mortadella andante.
Ma i bambini tardivamente saccenti sono insopportabili quanto il reuccio nudo. I poteri saranno anche forti, ma le loro teste lo sono molto meno. C’è qualcuno che può spiegare perché si attendevano certi miracoli da Romano Prodi? I nostri atti ci seguono: il futuro del Professore era inscritto nel suo passato. Un boiardo, con un imprinting dirigistico, con una tendenza allo statalismo che le sue contestate privatizzazioni hanno confermato. Un uomo di Palazzo che dell’economia di mercato ha sempre sospettato. Abile, certamente, nel muoversi fra un’economia e una finanza che per decenni hanno costituito una singolare eccezione di socialismo surreale nel libero Occidente. Chissà che cosa si aspettavano da Prodi i suoi sponsor banchieri e megaindustriali. Ne hanno avallato l’ascesa, ma avrebbero dovuto sapere che un leader sempre contestato e senza partito sarebbe stato costretto a fare i conti con i suoi alleati più determinati. Con quella sinistra radicale che non ha mai nascosto i suoi propositi. Ma forse il disegno era più sottile: l’establishment ha scelto il Professore nel tentativo di fermare la trasformazione del Paese, per un disegno di mera conservazione e di autodifesa. Ora, per colpa delle sue cattive compagnie, Prodi ha esagerato nel ritorno al passato. Le manovre per sostituirlo sono già cominciate. Ma s’illudono i suoi sponsor di ieri se credono di poter sopravvivere alla sventura dell’uomo che hanno incautamente raccomandato.