La promessa del Senato: «Mai più un malato morirà di fame e di sete»

RomaDei visi arrossiti d’ira, delle vene sporgenti, delle urla, delle parole forti non resta che vaga traccia, il giorno dopo. Foto sui giornali, servizi in tv, qualche ultimo dei mohicani che non ha ancora sotterrato l’ascia di guerra in segno di lutto. A che serve scannarsi, ora che Eluana riposa in pace? L’aula di Palazzo Madama torna il «circolo della caccia» sobrio e pacato dei tempi migliori e cerca di smaltire le tossine. Si parla con il tono di sempre, si predica il rispetto reciproco. Anche il disegno di legge che correva contro il tempo finisce nella vasta prateria delle incompiute.
Nella notte il presidente Schifani ha mediato e poi mediato ancora, così che i gruppi trasformino le loro idee in ordini del giorno che impegneranno il governo quando sarà. Ovvero quando il testamento biologico sarà legge: due settimane senza ostruzionismo, si augura il presidente. Si riparte dal testo già all’esame della commissione Sanità del Senato, relatore il senatore del Pdl Raffaele Calabrò, che considera nutrizione e idratazione come «atti dovuti» e non rifiutabili. I lavori riprenderanno oggi pomeriggio, ma il presidente Antonio Tomassini non scommette sui quindici giorni per vederlo in aula. «Non sono mai per le profezie, anche per una certa scaramanzia», dice ricercando un po’ d’umor buono.
La battaglia in aula s’è anch’essa trasformata in considerazioni dal sapore magari un po’ amaro, come quelle del ministro Sacconi sul «combinato disposto» delle mozioni di Pdl e Pd che «se fosse tradotto in norme di legge non consentirebbe più un caso Englaro». Il Senato, si rammarica Sacconi, «è arrivato tardi rispetto a una persona che poteva e doveva essere salvata». Il parere del governo sul documento predisposto dal Pd, però, è negativo: in esso si nega che idratazione e alimentazione siano terapia, ma viene pure riconosciuto il diritto del malato di poter esprimere la chiara volontà di rifiutarle. «Un salto logico, una contraddizione», le boccia Sacconi. E non solo lui, in verità. Perché a sorpresa Francesco Rutelli e altri tre colleghi di partito (Lucio D’Ubaldo, Emanuela Baio e Claudio Gustavino) chiedono la votazione sulle mozioni per parti separate, così da potersi accodare alla maggioranza. Alla fine il divieto tassativo di sospendere alimentazione e idratazione viene approvato con 164 favorevoli, 100 contrari e un’astensione.
Il Pd, come sempre, perde i pezzi. Se i rutelliani (già teo-dem) preferiscono la formulazione del Pdl, per motivi opposti i tre senatori radicali eletti nelle sue fila (Emma Bonino, Marco Perduca e Donatella Poretti) bocciano l’intera mozione del gruppo e non partecipano al voto, che al Senato equivale a votare contro. Delle ambiguità veltroniane si lamenta la Poretti, che chiede al leader «di prendere una decisione, e che sia chiara». Calza a pennello il ragionamento: «Un partito deve assumere una posizione o si farà travolgere da chi in questo momento ha i voti per fare una legge e automaticamente rimarrà come un pesce dentro l’acquario... Lo si vede boccheggiare ma non si riesce nemmeno a capire che cosa stia dicendo».
Se politicamente il Pd boccheggia (nulla di nuovo), alcune scorie della convulsa serata dell’altroieri sono rimaste e si fanno comprendere molto bene. La vigorosa capogruppo dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro, dichiara stop alle polemiche e sì alle due settimane per portare a termine il lavoro sul testamento biologico. Ma non rinuncia a mostrare il viso cattivo, chissà se per l’ultima volta: «A partire dal caso di Eluana s’è voluto montare un’operazione politica devastante, la riduzione dei poteri del capo dello Stato, la decretazione d’urgenza senza freni, il Parlamento ridotto a simulacro, l’uso eversivo della maggioranza... Ma siamo riusciti a bloccarla. Faremo da scudo al presidente e alla Costituzione!». Toni bellicosi cui fanno eco quelli del dipietrista Felice Belisario e del pd Francesco Boccia, che definisce «neosoldati della croce» Sacconi, Gasparri e Quagliariello. Quest’ultimo ribadisce invece con forza che «la sentenza era fuori dal nostro ordinamento» e che «Eluana non è morta, l’hanno ammazzata». «Morta di fame e di sete», precisa il leghista Bricolo. Perché, aveva arringato poco prima l’ex presidente Pera in aula, «confondere la libertà individuale con l’arbitrio e la licenza significa passare dalla civiltà della ragione alla barbarie dell’egoismo».