Promettono il 6,6% ma solo a chi aspetta

Il massimo rischio per il massimo rendimento a lunghissimo termine: è quello che promettono le linee azionarie, quelle cioè che investono prevalentemente in Borsa. Va subito precisato che, se è vero che nel lungo termine il rendimento di queste linee dovrebbe attestarsi al 6,6% netto (contro il 5,1% delle bilanciate, il 3,6% delle obbligazionarie miste e il 2,8% delle linee «obiettivo Tfr»), è altrettanto vero che le perdite annue possono essere molto ingenti. Anche in questo caso le performance del 2008 rappresentano un significativo banco di prova: la perdita media delle linee azionarie si è attestata al -28% con la migliore (la «Open Fund linea azionaria» di Nuova Tirrena) che ha limitato al 10,96% la caduta e la peggiore (la «Parvest pensione linea horizon 30» di Cardif) che è scivolata fino a -39,1%. Proprio questa marcata differenza di risultati suggerisce un secondo punto fermo da considerare con grande attenzione al momento della sottoscrizione: non tutte le linee azionarie sono uguali. Per scegliere quella più adatta alle proprie esigenze si possono consultare i siti online gratuiti specializzati, come www.ioprevidenza.it promosso dalla omologa testata giornalistica indipendente italiana interamente dedicata alla previdenza complementare. Ma ancora più importante è porsi degli obiettivi di rendimento per evitare di vanificare i sacrifici che comporta costruirsi una pensione di scorta. In sostanza una volta all’anno, si deve confrontare quanto si è versato con il valore delle quote accumulate in modo da calcolare il rendimento medio annuo: quando questa percentuale risulta molto sostenuta (come per esempio una rivalutazione annua tra il 9% e il 10% annuo) si può optare per un trasferimento delle posizioni su una linea bilanciata. Per esempio chi avesse sottoscritto nel gennaio 1999 la linea «Al meglio azionario» di Alleanza si ritroverebbe dieci anni dopo un investimento rivalutato del 2,11% annuo. Nel giugno 2007, invece, il rendimento annuo viaggiava al 9,44%: sarebbe bastato trasferire le posizioni sulla linea «Al meglio bilanciato» per avere oggi un capitale accumulato il cui rendimento sarebbe del 5,97% annuo. Concludiamo con un esempio relativo a un lavoratore di 30 anni che guadagna 16mila euro lordi annui e che andrà in pensione a 60 anni, con 40 anni di contributi e con uno stipendio lordo di 38.700 euro: la pensione pubblica dovrebbe valere il 62% (pari a 24.000 euro) dell’ultima retribuzione. Se aderisce fino all’età pensionabile al fondo integrativo di categoria con un versamento del Tfr (6,91% dello stipendio annuo) e un ulteriore versamento personale pari all’1,50% dello stipendio annuo (ovvero 240 euro all’anno) a cui si aggiunge il contributo del datore di lavoro di un altro 1,50% (240 euro annui) arriverà a coprire il 77% circa dell’ultimo stipendio (29.800 euro annui). Nel caso in cui preferisse una linea «obiettivo Tfr», per conseguire la stessa copertura (77% dell’ultima retribuzione) abbassando però i rischi, dovrebbe incrementare i versamenti volontari portandoli al 4,5% dello stipendio e cioè a 720 euro.