Promosso È una medicina amara ma è l’unico salva-vita

La medicina spesso fa schifo, ma in certi casi se non la si prende si muore. Nel mondo del liberista perfetto, un’impresa che non ha saputo strutturarsi bene per poter reggere anche i periodi di crisi (quando le cose vanno bene siamo tutti bravi) è giusto che chiuda, lasciando le sue quote di mercato a chi è stato in grado di programmarsi meglio. Unica eccezione ammessa dalla teoria: le banche, dato che è provato che farle fallire costa sempre molto di più che salvarle (di questa cosa purtroppo se ne sono dimenticati proprio coloro che vantano i migliori economisti del mondo, gli americani). Per quanto riguarda l’industria dell’auto sarebbe stato invece forse meglio che i fallimenti avessero fatto pulizia in un settore sovraffollato: se un paio di case americane avessero tirato giù la saracinesca, seguite magari da qualche altra, ad esempio francese o tedesca, la Fiat non avrebbe avuto bisogno di incentivi statali, limitandosi a colmare i vuoti lasciati da una concorrenza per una volta meno efficiente. Purtroppo abbiamo visto che non è andata così: Obama ha cominciato a pagare alcuni dei suoi debiti elettorali e ha salvato le sue fabbriche decotte, i tedeschi hanno subito approfittato rilanciando con mega-incentivi e a quel punto l’Italia non aveva scelta. Aiuti dovevano essere ed aiuti saranno. Va ricordato che non si tratta di aiuti esclusivamente alla Fiat, bensì di generici sussidi al consumo, nella collaudata formula di contributi al rinnovamento del parco macchine ancora inquinanti: nulla impedisce di acquistare una vettura di una qualsiasi marca sfruttando gli aiuti, inoltre è bene precisare che il costo reale di tale misura potrebbe essere in gran parte abbattuto da un eventuale successo della stessa, dato che ogni automobile prodotta e venduta in più porta soldi alle casse dello Stato per mezzo di Iva e tasse varie, nonché fa risparmiare contributi alla cassa integrazione, non più necessaria se le fabbriche ricominciassero a funzionare a pieno ritmo. Una volta ingoiata (se pur malvolentieri) la medicina degli incentivi si impongono due riflessioni. La prima riguarda lo spinoso tema della concorrenza fiscale all’interno di un’area senza frontiere qual è l’unione Europea: i super incentivi tedeschi alla rottamazione dell’auto hanno semplicemente tolto la foglia di fico che copriva una situazione evidentemente delicata; se il «bonus» della Germania è tanto conveniente, allora tanto vale armarsi di amico interprete e recarsi in Baviera ad acquistare magari la stessa Fiat che avremmo comprato sotto casa. Stesso discorso vale per tutti i paesi confinanti con uno Stato che «esagera». Che ci fosse concorrenza fiscale «silenziosa» si era capito, tanto vale sapere in modo finalmente esplicito se le regole del gioco sono queste in modo che almeno si possa giocare tutti a carte scoperte. L’unico a non avere compreso che le cose in Europa giravano così era Soru, che invece di attirare la gente la cacciava via con le tasse sugli approdi, ma si spera che presto anche la sua amministrazione diventi un ricordo. La seconda riflessione riguarda la file di questuanti che presto si rivolgeranno al governo con il cappello in mano decisi a sfruttare il «precedente» Fiat per ottenere qualche aiuto: deve essere ben chiaro che la grande industria meccanica ha delle rigidità specifiche che hanno giustificato (almeno sulla carta) gli interventi internazionali. Una spinta generica ad ampio raggio alla produzione con «aiuti» ad una miriade di settori non può essere chiesta a nessun governo. Ci hanno già provato in passato, in Unione Sovietica, si chiamavano piani quinquennali e non sono funzionati tanto bene.
posta@claudioborghi.com