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Conobbi Aldo Cazzullo nell'intervistarlo per un suo libro: eravamo in una saletta pubblica e ricordo che d'improvviso lui mollò il microfono e si protese verso l'arrivo di Paolo Mieli, cosa che mi colpì molto. Ora, su Magazine di giovedì, ha scritto un articolo che mi ha impresso la mestizia che è tipica delle cose prevedibili. Cazzullo scrive del Patto generazionale di Luca Josi, già sottoscritto da nomi importanti che s'impegnano a lasciare ruoli di leadership istituzionale una volta raggiunti i 60 anni: non per andare all'ospizio, ma per dare un apporto da posizioni che consentano meglio di avvantaggiarsi della loro esperienza. Cazzullo, nell'articolo, distorce il Patto e lo traduce dolosamente in termini di quarantenni che dicono ai sessantenni: fateci largo. Un pretesto, falso, per introdurre la consueta analisi su una generazione troppo individualista che peraltro si compiace nel fregare il vicino di banco. Ma ben pochi colleghi, primo problema, si asterrebbero dal giudicare Cazzullo come archetipo di tale generazione. Cazzullo è molto bravo, ma lo è in un Paese dove la bravura, secondo problema, deve sovente accompagnarsi a un'accondiscendenza verso il potere. Da qui il suo articolo.