PRONTI PER RIPARTIRE Confermati show cult come quello di Kiss Kiss con Pelo e Facchinetti

Chissà perché quando una riduzione librettistica funziona, come quella che Henri Meilhac e Philippe Gille fecero della sublime storia di Manon Lescaut dell’abate Prévost, si sente la necessità di smontarla. Riflessione fatta in occasione dell’allestimento al Teatro alla Scala (nuovo per Milano) di Manon, il capolavoro di Jules Massenet. Il cavaliere Des Grieux e la sua ossessione amorosa, Manon, vengono fatti traslocare dal regista Laurent Pelly in un pasticciato fine Ottocento, per mostrare i misfatti borghesi e le pulsioni libidinose, tra Zola e Maupassant. Costumi: nero totale per gli uomini, tuba e paltò; variopinte soubrettes le donne. Scene: cascami di Edward Hopper. La posta di Amiens è un cortile merlato da casette-balocco, le colonnette della chiesa di Saint Sulpice sono pendenti, la sala da gioco dell’Albergo di Transilvania è una strana hall verde oliva con luci, naturalmente, al neon (in che tempo siamo?). La recitazione era improntata a una parodia in stile Offenbach, ma agli antipodi da Massenet. Dominava la caricatura del vecchio insatirito Morfontaine (l’ottimo Christophe Mortagne), tallonato da Monsignor fermiere generale De Brétigny (William Shimell), ciuffo arruffato e occhialini neri. Manon e le signorine del demi-monde adescano i maschi allocchi dimenandosi, poiché sono - parole di Pelly - «donne libere». Il maestro Fabio Luisi ha mantenuto serrate le fila di un’opera estremamente difficile. Ha raffreddato la temperatura generale, fidando in Massenet, che nella seduzione di Saint Sulpice e nel sempre poetico finale vince sempre. Sullo spettacolo hanno pesato le rinunce delle dive annunciate, essendo Ermonela Jaho (Manon) voce flebile e non sostenuta da una dizione sufficientemente articolata. Una domanda: perché il meraviglioso mondo del melodramma, deve, per seguire le fuggevoli mode, non essere quella vera favola degli adulti che è? Per la cronaca, il pubblico, questa volta, ha gradito cordialmente.