«Pronti a spostare le aziende in Svizzera»

Galassi: domani saremo in piazza a Milano, senza sicurezza la crescita frena. Altrimenti meglio lavorare a Lugano...

da Milano

Più criminalità uguale meno posti di lavoro, meno criminalità uguale più posti di lavoro. Equazioni solo all’apparenza oscure quelle di Paolo Galassi, presidente di Confapi, la Confederazione della piccola e media industria alla quale aderiscono oltre 50mila aziende che occupano un milione di addetti. «Sì, perché forse qualcuno non si rende conto che la Svizzera è a 50 chilometri da Milano. E che lì ci sono infrastrutture, meno tasse, ma soprattutto più sicurezza. Vogliamo che gli imprenditori scappino lì?».
Presidente Galassi, cominciamo dall’inizio.
«Cioè?».
La manifestazione di domani a Milano dopo che la Moratti ha chiesto 500 agenti e il governo per mesi li ha negati.
«Confapi e Api Milano saranno in corteo con lei perché per gli imprenditori la sicurezza è un problema fondamentale. Abbiamo il dovere di tutelare i nostri lavoratori dentro, ma anche fuori dall’azienda».
Addirittura?
«Se qualcuno viene aggredito arrivando al lavoro o tornando a casa io sono responsabile. Se devo chiedere a una ragazza di fare il turno di mattina presto, i suoi genitori non la lasciano venire perché hanno paura che venga violentata. Per noi è un danno economico rilevante».
La prende sul serio.
«Purtroppo ci sono fattori che non dipendono da noi, ma dal sistema politico-istituzionale. Oggi noi imprenditori non siamo aiutati né dentro, né fuori dalle fabbriche».
Cosa chiedete?
«Infrastrutture, meno costi energetici, sgravi fiscali, ma anche più sicurezza».
In una città come Milano bastano 500 agenti in più?
«Certo aiutano a girar più tranquilli. Ma ci vuole anche l’educazione. Insegniamo a scuola a fare i poliziotti, ad avere a cuore la propria città. In Svizzera, ma anche in Germania, se qualcuno butta una carta per terra c’è subito una vecchietta che chiama la polizia. Impariamo dal senso civico della Finlandia».
Torniamo a Milano. Da sinistra dicono che la manifestazione della Moratti è politica e dividerà la città.
«Il solito brutto vizio. Ma è possibile che in Italia sia sempre così? Ma se uno mi aggredisce mica gli chiedo se è di destra o di sinistra. Mi aggredisce e basta. Incredibile che non si riesca a essere tutti d’accordo nemmeno su un problema che riguarda tutti allo stesso modo».
Quindi?
«Quindi la nostra, al corteo della Moratti, è un’adesione senza se e senza ma. Anzi doppia, perché sfileremo da imprenditori e anche da cittadini».
Qualcuno obietta che un sindaco non dovrebbe scendere in piazza.
«Gli anni scorsi si criticava un’amministrazione di tipo condominiale e si diceva che Milano aveva bisogno di una guida e di una visione politica. Ora si rimprovera la Moratti. Ci vorrebbe più coerenza e onestà intellettuale».
Gli imprenditori che dicono?
«Comincio a percepire una sensazione sgradevole, di Milano come territorio non più così sicuro e poco favorevole per l’impresa industriale».
Non starà un po’ esagerando?
«Per nulla. Secondo lei tra impiantare una fabbrica a Varese o a Lugano cosa scelgo se lì trovo efficienza, detassazione e sicurezza? Magari all’inizio abito a Milano, ma poi va a finire che mi trasferisco lì anche a vivere. Parliamo della Svizzera, mica della Cina o del Kazakhstan».
Ha esempi concreti?
«Conosco un imprenditore che nelle Marche era costretto a pagare il pizzo. In quaranta minuti di volo arriva in Tunisia, porterà lì la fabbrica e tanti saluti agli operai che prima avevano un lavoro. Ecco perché più sicurezza vuol dire più occupazione, più benessere sociale, più welfare».
Cosa vuol dire?
«Che quella a Milano è una battaglia per la sicurezza, ma anche per lo sviluppo economico dell’intero Paese. La Moratti ha visto lontano».
C’è il rischio che, finito il corteo, tutto resti come prima?
«Ritroviamoci tra sei mesi. E se nulla è cambiato, torniamo di nuovo in piazza. La sicurezza deve diventare finalmente un fatto di cultura».