«Pronto per Firenze Renzi gioca male si farà un autogol» Il candidato sindaco del Pdl, ex portiere della Nazionale: «La gente mi chiede fatti. E io sono un imbattibile pignolo»

«Ecco Pennellone», dice tendendo l’orecchio l’ospite che ci ha aperto la sua casa fiorentina per l’incontro.
Il Pennellone che arriva abbassando la testa per passare la porta, è Giovanni Galli, che fu portiere negli anni ’80 e ’90 della Nazionale, della Fiorentina, del Milan e altre squadre titolate, vincitore di coppe e campionati di ogni genere. Appese le scarpette al chiodo, passò il testimone al figlio Niccolò che a 17 anni già giocava in serie A. Ma proprio a quell’età, il ragazzo scivolò col motorino e morì. Per non morire anche lui, Galli creò una fondazione in nome del figlio ed è onnipresente a ogni iniziativa benefica fiorentina. Dai poppanti ai centenari, non c’è in città chi non lo conosca e, se lo ignora, ha l’Alzheimer. Così adesso, a 51 anni, è il candidato sindaco di Firenze del centrodestra. Lo è ufficialmente da una manciata di ore.
Il tempo di ragguagliarvi e lo spilungone di due metri - equivalente italiano del toscanissimo pennellone - ha già stretto la mano al padrone di casa e a me, si è tolto lo spolverino da cacciatore ed è rimasto in abiti da benestante: giacca color ruggine con le toppe, pantaloni di fustagno, comode scarpe scamosciate.
«Finalmente, dopo giorni di altalena, ha avuto il placet del Cav sulla candidatura», gli dico mentre sediamo davanti ai caffè che il munifico anfitrione ha fatto portare.
«La cosa era sicura da giorni. Ci eravamo telefonati più volte. Mancava l’incontro a tu per tu a Roma. Ora è fatta», dice Galli che ha la bella abbronzatura di chi ama l’aria aperta.
«Il Cav si è fatto aspettare».
«Si spiega da sé, con gli impegni che ha. Lui stesso mi ha detto di avere addosso una stanchezza allucinante».
«Ha dato l’impressione di avere dubbi sul suo nome. C’è rimasto male?».
«Per Firenze non si può decidere alla leggera. È una città difficile. Voleva rendersi conto. In ogni caso, è la prima volta che il dott. Berlusconi si è esposto di persona nella scelta del candidato sindaco di Firenze».
«Le ha dato garanzie di appoggio totale?».
«Ci metterà la faccia. Ha detto che verrà un paio di volte per sostenermi. Soprattutto, mi ha messo in contatto con i ministri che mi interessano: Infrastrutture, per i lavori in città, Cultura, per i musei, Interni e Difesa, per la sicurezza. Mi ha detto che sono a disposizione e che ci sarà una corsia preferenziale per Firenze», dice col tono di chi è a metà dell’opera.
«Si presenta col Pdl o fa una lista civica?».
«Lista civica col mio nome».
«Sul modello di quella con cui trionfò nel ’99 Guazzaloca a Bologna?».
«Se vuole. Ma io direi modello Galli. Non conosco nessuno che si avvicini al mio carattere», dice e ride.
«Che carattere ha?».
«Sono un rompicoglioni stratosferico. Un imbattibile pignolo».
«Lei ha posto condizioni per accettare?».
«Una: massima autonomia».
«Pensa di prendere più voti con la sua lista che come candidato Pdl?».
«In questa città bisogna essere aperti. Non voglio essere identificato con un partito. Le soluzioni per Firenze, devono venire dai fiorentini», e già consulta l’orologio - un monumentale svegliarino quadrato - perché ha dieci impegni altrove.
«Se ce la farà, sarà il primo sindaco non social comunista dai tempi di Lando Conti, il repubblicano ucciso dalle Br», osservo.
«Le ideologie non ci sono più. La gente non bada all’etichetta politica. Vuole persone di cui si fida per fare funzionare la città».
«Proprio in queste settimane, la Procura ha archiviato l’inchiesta Conti, senza trovare gli assassini. Il figlio ha detto: “Vergogna”».
«Gli sono vicino. La resa non fa bene all’immagine della Nazione. Incredibile che, con gli odierni mezzi di indagine, non siano stati scoperti i colpevoli».
«Un bravo portiere, non è automaticamente un buon politico».
«Il calcio non dà solo soldi e fama. È un cumulo di esperienze che, rielaborate, ti danno un’etica e una visione».
«Matteo Renzi, il suo giovane rivale del Pd?».
«Un caro amico e mediocre calciatore. Però dice che vuole farmi due gol».
«Come gli risponde?».
«Mi preoccuperei di più se fossi il portiere della sua squadra che non quello avversario: gioca così male, che avrei paura dei suoi autogol».
«Dicono che Renzi sia l’Obama italiano. Lei è spacciato».
«So di non avere esperienza politica, non parlare politichese, non avere slogan. Ma ho un progetto: coinvolgere la città. Ci vuole la volontà di tutti per riportare in auge Firenze come vent’anni fa. Oggi, siamo alla catastrofe perché ci hanno comandato invece di consultarci».
«I due mandati dell’attuale sindaco pd, Domenici?».
«Con Leonardo ho rapporti amichevoli. Ha aiutato la Fondazione di Niccolò. Ma lascia una città peggiore di quella che aveva preso in mano dieci anni fa. Ci vuole una svolta. Totale».
«Firenze è stufa di ex comunisti?».
«Penso di sì. Ieri ero a Sanfrediano, pancia popolare della città. Ho avuto tanti attestati. La gente mi ha chiesto il fare, non il dire. Vuole strade che siano strade, sicurezza che sia sicurezza. Basta preoccuparsi per i figli che rientrano di notte». Riguarda ansioso il micidiale svegliarino e poi me. Supplichevole.
Ha un sindaco modello, come i grandi fiorentini, La Pira, Bargellini, ecc.?
«Difficile rifarsi al passato. Oggi, il mio modello è Chiamparino».
Il sindaco pd di Torino?
«Ci ho vissuto quindici anni fa, quando giocavo nel Toro. Invivibile. Ho rivisto la città dopo i lavori per le Olimpiadi. Mille volte meglio».
I problemi di Firenze?
«Primo, la sicurezza. C’è il problema dei clandestini. Li rispetto perché sono qui per sfuggire ai guai dei loro Paesi. Ma devono rispettare le nostre regole e tradizioni. Firenze ha sempre accolto. Ma nella legalità. Se no, non l’accetto».
Poi?
«La mobilità. Abbiamo cantieri aperti da anni. Dall’assurda tranvia al Duomo, alle piazze dissestate. Questo percorso di guerra deve finire».
Lei che farà?
«Primo passaggio: tamponare le difficoltà esistenti. Poi, con la partecipazione di tutti, ripristinare - modernizzata - la situazione degli anni ’80».
Lei ha detto: «Dopo la morte di Niccolò, sono migliorato. Prima ero irascibile».
«Ho capito le priorità. Lasci perdere il superfluo. Ti apri alle persone. In passato, involontariamente, mettevo soggezione. Ora sono più disponibile».
Su questo giornale Franco Ordine l’ha invece definita Giovanni il Calmo.
«Forse perché in campo non ho mai perso la testa. Ma neanche mi sono fatto mai mettere i piedi in testa».
Ha anche scritto che il punto fermo è Anna sua moglie, «una quercia di donna».
«Proprio “quercia” doveva usare! (ride, alludendo al simbolo Pds). Ma ha ragione. Ho commesso molti errori. Li avrei evitati se avessi dato ascolto a mia moglie».
Lei è molto religioso. Da sempre o dopo Niccolò?
«Con la sua morte ho avuto un rapporto più approfondito con la fede. Prima, a messa o negli oratori, ascoltavo il Vangelo e le varie letture, pensando che fossero un messaggio eguale per tutti. Dopo, ho cercato nelle parole il messaggio destinato a me».
La dicono vicino alla Curia. Conta sui voti dei baciapile?
«Sono vicino a tutti e voglio una mano da tutti per Firenze. La Curia, la rispetto. Mi è stata vicina nel dolore. Ricordo l’allora vescovo, cardinale Piovanelli, che disse: “Signore dov’eri quando Niccolò è caduto?”. Un messaggio bellissimo, una grande consolazione».
L’attuale giunta vuole dare la cittadinanza onoraria a papà Englaro.
«Ha molto sofferto e merita rispetto. Non mi piace però che sia strumentalizzato. In vari casi, è stata staccata la spina. Ma a Eluana è stata fatta violenza. Per me, è stata uccisa».
Buffon, l’attuale portiere della Nazionale, è più bravo di lei?
«È un grande amico. Un giorno sarà evidente che è stato il più forte portiere di tutti i tempi. (Pausa, ripensamento e poi...) Anche se lui, diversamente da me, deve ancora vincere la Coppa dei campioni».
Conobbe il Cav da presidente del Milan. Com’era?
«Un passo avanti. Lo hanno criticato, poi tutte le società hanno seguito la via da lui tracciata. Ci raggiungeva ogni sabato con l’elicottero a Milanello. Passeggiava con ognuno di noi come un confidente. Aveva le parole giuste per i titolari e per le riserve e ci sentivamo tutti compartecipi del risultato finale».
In che rapporti siete?
«L’ho visto spesso negli anni. Si parlava del Milan. Poi venne il momento del dolore e lui era al funerale. Adesso, il rapporto è più stretto. Tra noi non c’è solo il calcio, ma anche Firenze».
Il patron della Fiorentina, Diego Della Valle, non si prende col Cav. Le remerà contro?
(Allarga due braccia spropositate) «Mi chiamò per ricostruire la squadra dopo Cecchi Gori. Credo di avere fatto un buon lavoro. Mi valuterà per questo e per ciò che voglio fare per la città. È un personaggio chiave per darci una mano a ripartire».
Lei freme di cominciare. L’ho intralciata con l’intervista?
«No. È utile a far capire che i calciatori non sono dei vuoti re nudi. Hanno interessi e valori oltre il pallone. Spero emerga dall’intervista».