«PRONTO SOCCORSO» UN PO’ FINTO

Come se il Pronto soccorso di un ospedale non fosse di per sé già abbastanza caotico per il frenetico via vai di medici, ammalati, infermieri, parenti, da un po' di tempo le telecamere si sono messe d'impegno per aumentare la confusione. Non si sta parlando della finzione spettacolare di telefilm come E.R, che su questo hanno costruito un grande successo, ma proprio di quella «real tv» che da qualche anno ha posto gli ospedali al centro del proprio punto di osservazione, filmando ogni genere di intervento previa autorizzazione, fin troppo generosa e disinvolta, delle amministrazioni ospedaliere, per mostrarci quel che succede in corsia, in sala operatoria, in sala parto. L'ultimo esperimento di questo tipo è Pronto soccorso (martedì su Raitre, ore 23,50), che ci mostra quel che succede ogni giorno e ogni notte al S.Giovanni di Roma. Non che fosse difficile immaginarlo, e qui sta il primo limite di operazioni di questo tipo che aggiungono poco o nulla all'esperienza di chi un Pronto soccorso è stato costretto a visitarlo o se ne fa comunque una facile idea senza bisogno che gli si mostrino braccia ricucite, mani ingessate, medicazioni accompagnate da urla spaventate. L'intento è senz'altro quello di farci toccare momenti di umanità particolari, con la speciale accortezza di dare conto del lavoro prezioso e oscuro di tutto il personale che si prodiga nel Pronto soccorso. È per questa ragione che, dopo la concitata «cronaca diretta» degli interventi quotidiani, viene dato spazio a veloci interviste a internisti, infermiere, radiologi e chirurghi che parlano della loro esperienza e del rapporto con i pazienti. Tuttavia si ha l'impressione, in più di un momento, che le telecamere in quel contesto siano sostanzialmente delle intruse, che non abbiano molta ragione di stare lì. E che, allo stesso modo in cui la presenza di una macchina da presa cambia l'atmosfera di un'aula di giustizia, anche l'ospedale sperimenti lo stesso destino. Te ne accorgi dal tono con cui i medici si rivolgono ai pazienti e ai parenti, difficile da definire ma ascrivibile alla particolare sensazione di chi sa di essere osservato e di doversi comportare di conseguenza. E te ne accorgi dalla reazione di qualche paziente particolarmente «sensibile» al fascino dell'inquadratura, che sembra prendere gusto a fare sfoggio dei punti di sutura appena messi o appena tolti. Piano piano, minuto dopo minuto, l'effetto realistico e ogni intento di questo tipo sfuma e si contamina. In attesa che la prossima notizia di un tg ci avvisi dell'ennesima garza lasciata nella pancia di un paziente, mentre il chirurgo era magari impegnato in sala interviste.