Pronto soccorso in tilt? Nella capitale è la regola

Pronto soccorsi in tilt, sale d’attesa stracolme, ambulanze ferme. Arriva l’influenza, le corsie degli ospedali si riempiono e il sistema d’emergenza sanitario romano rasenta il collasso. «Causa sovraffollamento e mancanza di barelle - scriveva senza mezzi termini in una comunicazione interna nel primo pomeriggio di mercoledì Maria Gabriella Privitera, responsabile del pronto soccorso del Sant’Andrea, periferia nord a due passi dal Grande Raccordo Anulare - si richiede il blocco temporaneo dell’invio di ambulanze».
Ma fax simili indirizzati alla sala operativa del 118 e per conoscenza alle direzioni sanitarie e all’assessorato regionale alla Sanità, si susseguono senza sosta, quasi ogni giorno, dall’inizio dell’anno da un ospedale all’altro: dal centralissimo San Giovanni al Villa Irma, dal Pertini al gemello Giambattista Grassi di Ostia. E non è una novità, perché già a novembre il blocco dei pronto soccorsi aveva provocato la paralisi di interi settori cittadini rimasti così improvvisamente scoperti dal servizio d’emergenza.
Una situazione esplosiva. Basta fare un salto al pronto soccorso di Tor Vergata, altra parte della città, per osservare decine di persone ammassate in sala d’aspetto, la «piazzetta» come la chiamano gli operatori del posto. Le barelle sono un miraggio, persino le sedie di plastica sono finite. E dell’apertura del nuovo Dea ancora non se ne parla. Un’ambulanza un paio di giorni fa ha atteso più di cinque ore per tornare in possesso della sua lettiga. Mentre altre cinque erano ferme a Villa Irma, sulla Casilina, tre al Vannini e ancora due al Sant’Andrea. Dopo avere effettuato un soccorso sulla via Salaria un equipaggio dal Pertini è stato dirottato al Villa San Pietro, addirittura sulla Cassia. Uno scenario quotidiano. Succede, dunque, che alla centrale del 118 arrivi una richiesta d’aiuto, che l’equipaggio si precipiti sul posto, carichi il paziente ma ecco poi ritardi e disagi a catena: si perdono minuti preziosissimi per raggiungere strutture ospedaliere più distanti, bruciando una corsa contro il tempo spesso fatale in caso di un infarto o di ictus del trasportato.
«Il fatto è che il personale - spiegano alcuni operatori - una volta che riesce a entrare in un pronto soccorso non sa quando potrà uscirne. Per molte ore quel mezzo resterà inutilizzabile, è assurdo».
Interi equipaggi sono costretti a soste interminabili negli stalli dei pronto soccorsi, nella speranza di riavere al più presto indietro la propria barella. I posti letto non ci sono, tanto che gli accertamenti diagnostici e l’osservazione si fanno sugli stessi lettini dell’arrivo all’accettazione. C’è così chi finisce per passare la notte fermo, come accaduto ad autista, infermiere e ausiliario di un’ambulanza arrivata al Policlinico Casilino, rimasti fino all’indomani con le braccia incrociate senza potere più effettuare un soccorso durante il proprio turno di lavoro.