Propaganda e insulti contro l’islam: in carcere il regista iraniano Karimi

Sconterà un anno di carcere e 223 frustate. La sua colpa: quella di essere curdo. Pochi giorni fa l’arresto a Teheran

«Per la prima volta nella mia vita, ho capito davvero cosa significa essere curdo». Così mi aveva detto il regista curdo Keywan Karimi, l’ultima volta che ci siamo sentiti al telefono. Erano passati pochi giorni dal 21 febbraio, data in cui era arrivata la sentenza definitiva per il giovane, perseguitato in Iran a causa dei suoi film. La corte d’appello di Teheran l’aveva condannato a un anno di carcere, 223 frustate e a una multa di 20 milioni di Rial, pari a circa 700 euro. L’accusa: insulti contro l’islam e propaganda contro il sistema. Keywan è un regista vincitore di premi internazionali, uno scrittore in lingua curda, ma è anche un amico. E non gli manca il coraggio: non ha voluto scappare dal suo Paese neanche dopo che gli è piombata addosso la condanna definitiva, giunta mentre sua madre era in chemioterpia.

Poi, tre giorni fa, un nuovo colpo al cuore. Mi scrive la sua assistente, Maryam Hanifi. Keywan è stato portato in carcere a Teheran il 23 novembre, per scontare la sua condanna nella famigerata prigione di Evin. Confermato anche lo sfregio dei colpi di frustra. Ne avevamo parlato insieme più di una volta: «Le 223 frustate sono state calcolate sulla base di varie imputazioni, che vanno dall’aver stretto la mano a una ragazza con cui non aveva grado di parentela, al consumo di bevande alcoliche, fino all’aver girato la scena di un bacio», mi aveva detto Keywan. «Accuse assurde. Si tratta della prima volta che una corte iraniana dà come condanna un numero così altro di frustate. Ma il metodo è sempre lo stesso, ben consolidato. Queste accuse – come la promiscuità sessuale e l’alcolismo, ad esempio – vengono messe in piedi per discreditare gli attivisti, per gettare fango sull’immagine mia e di altri». La sua colpa più grande: quella di non aver voltato le spalle alla sua gente. Quel popolo curdo il cui destino, nonostante lotti contro il terrorismo e per la sua autonomia, non interessa a nessuno. Neanche in Iran: «I curdi hanno lottato per i loro diritti sia nel passato che oggi. Ma non si tratta di combattenti, si difendono solamente. Penso che così facendo il popolo curdo abbia accettato un via democratica al cambiamento. È la nostra forza. Non è molto, ma è pur sempre un inizio». Così mi aveva raccontato Keywan.

Fosse successo solo qualche anno fa, il caso di Keywan Karimi avrebbe avuto ben altra risonanza a livello internazionale. Ma niente prime pagine dei giornali, niente striscioni in piazza e appelli dei nostri politici. La realtà è che in Iran, numeri alla mano, dopo l’accordo per il nucleare non sono affatto diminuite le condanne a morte e non si è placato il pugno duro del regime. Anzi: l’unica cosa che è cambiata semmai è che si è inaugurata una corsa all’oro da parte di un occidente ansioso di mettere finalmente le mani sull’eldorado iraniano. E proprio in nome degli affari, sulla questione dei diritti umani in Iran è sceso magicamente un silenzio di tomba. Un silenzio che la dice lunga dell’ipocrisia dell’Europa e dei nostri governi, che fino all’accordo non perdevano occasione per attaccare Teheran, anche per molto meno. E oggi tacere sul caso di Keywan Karimi significa proprio questo: dare ragione loro. Al nichilismo di chi crede che la vita di un uomo che ha coraggio non valga nulla, rispetto agli interessi di pochi.