Proporzionale antidoto ai voltagabbana

Tentiamo di mettere un po’ di ordine nel dibattito sulla nuova proposta di legge elettorale che ha scatenato un vero e proprio inferno di accuse e controaccuse. Partiamo dai guasti che l'attuale sistema elettorale ha provocato e che sono sotto gli occhi di tutti. È stato frantumato il sistema politico con il raddoppio esatto dei partiti (18 a fronte dei 9 della prima Repubblica), sono state rimosse la gran parte delle culture politiche di riferimento e le identità dei rispettivi partiti, e al loro posto sono sorti una miriade di partiti personali di stampo proprietario. La selezione darwiniana della classe dirigente che avveniva col sistema proporzionale e con la preferenza, è stata sostituita dalla cooptazione e dal familismo dilagante. Inoltre è stato tolto al cittadino elettore la possibilità di scegliersi il deputato da eleggere perché il nome lo si trova già stampigliato sulla scheda elettorale. La conclusione di questi guasti è la scomparsa dei grandi partiti di massa che in tutta Europa garantiscono la vera stabilità politica. Da noi è sorto, invece, il mondo di Lilliput senza un Gulliver perché nessun partito supera il 20% mentre in tutti i Paesi europei ce ne sono almeno due tra il 38% e il 42%. Infine un pensiero di carattere generale sui sistemi elettorali che altro non sono che macchine fotografiche che rilevano le opzioni politiche di un Paese. Il maggioritario uninominale funziona in società che sono storicamente bipartitiche come nel caso degli Stati Uniti, mentre sono devastanti in quei Paesi dove si sono consolidate più opzioni politiche come nella stragrande maggioranza dei Paesi europei, Italia compresa, perché separano i simili e uniscono i dissimili. Il sistema proporzionale favorisce, invece, la formazione di grandi partiti di massa laddove il maggioritario spinge alla frantumazione come si è visto in questi anni. Volendo fare un esempio, se le elezioni del 2001 fossero state fatte con il proporzionale il partito di Casini che prese il 3,2% dei voti avrebbe avuto su 945 parlamentari (Camera e Senato) 30 o 31 eletti. Con il maggioritario ne ebbe 70. Se rifacesse le elezioni prossime con l'attuale sistema maggioritario avendo oggi il 5,5 dei consensi, se la Cdl dovesse perdere l'Udc prenderebbe da 20 a 24 parlamentari a fronte di 45-48 con il sistema proporzionale. Come si vede c'è un effetto gravemente distorsivo nel maggioritario sia quando si vince sia quando si perde. Ciò che vale per il partito di Casini e Follini vale, naturalmente, per tutti. Nel sistema proporzionale, invece, ciascuno prende un numero di seggi in base ai voti che raccoglie e chi ha più voti vince sicuramente perché non c'è alcun effetto distorsivo. Ha ragione Fassino quando dice che la nuova proposta di legge presentata dalla maggioranza, con lo sbarramento al 4% e con il premio di maggioranza, effettua uno «scippo» di molti voti e quindi di molti seggi alla coalizione che ha un numero maggiore di piccoli partiti che non raggiungono la soglia del 4%. Nel caso specifico il centrosinistra. Ma questa è una imperfezione grave della proposta di legge, o, se volete una furbata, che va subito eliminata trasferendo, in prima battuta, la soglia di sbarramento dal singolo partito alla coalizione per dare così il tempo a tutte le forze politiche di riavviare nei prossimi anni un processo di ricomposizione di quelle culture simili oggi frantumate in un numero esagerato di partiti. Chi è maggioranza nel Paese o, quanto meno, chi si sente maggioranza non può temere un sistema elettorale proporzionale che, come giustamente dice Sartori, non può trasformare un vincitore in un perdente e viceversa. Questo può accadere nel maggioritario per le cose sin qui dette, ma mai nel proporzionale che ha, tra l'altro, il merito, quando si accoppia con la preferenza, di attivare quella che noi definiamo la selezione darwiniana della classe dirigente. Con il proporzionale e la preferenza, infatti, l'elettore va in cabina elettorale e si sceglie il partito e il candidato che vuole, sbarazzandosi, così, di colpo di tutto quel familismo e nepotismo che ha inquinato il sistema politico italiano in questi ultimi dieci anni. Inoltre il sistema proporzionale è il vero antidoto al «voltagabbanismo» perché rinforza il vincolo di appartenenza di ogni singolo parlamentare con il proprio partito. Negli ultimi vent'anni della prima Repubblica, quelli che noi abbiamo più direttamente vissuti, ci fu un solo parlamentare che cambiò casacca e fu schiaffeggiato in Transatlantico. Con il sistema maggioritario abbiamo, invece, conosciuto torme di uccelli migratori che hanno cambiato casacca anche più di una volta. È vero, infine, quanto dice l'opposizione e cioè che la maggioranza riscopre il proporzionale stretta com'è dalla paura di una secca sconfitta. È vero, però, anche il contrario e cioè che chi ritiene, come il centrosinistra, di avere la vittoria in tasca con l'attuale sistema, lo vuole mantenere anche se sa che esso è devastante sulle istituzioni e sulla rappresentatività delle forze politiche. Un Paese serio ha bisogno di dotarsi di un sistema elettorale che vada bene per decenni. Abbiamo sperimentato per 11 anni il maggioritario e il sistema politico sta rischiando l'implosione. È tempo, dunque, di ritornare ad una democrazia che rimetta nelle mani dei cittadini la scelta dei candidati da eleggere e che favorisca la ricostruzione di grandi partiti di massa. Il sistema proporzionale di tutto può essere accusato tranne di non favorire una democrazia sostanziale come disse in una memorabile lettera Luigi Sturzo al cavaliere Benito Mussolini che nel 1924 reintrodusse il sistema uninominale maggioritario. Ci pensino gli uomini e le donne della sinistra italiana oggi anch'essa frantumata in 4-5 partiti e si ricordino che con l'introduzione del sistema proporzionale nel 1919 nacquero e si consolidarono i grandi partiti di massa tra cui il partito socialista e il vecchio partito popolare. Ci pensino, allora, e non credano che sia un ritorno al passato perché mai come ora il sistema proporzionale è il futuro del Paese, della sua politica, della sua stabilità e della sua governabilità.