Proporzionale, duello tra An e Udc Fini non rimuove lo sbarramento

Vertice della Cdl. Il vicepremier ribadisce: «Le nostre condizioni non sono negoziabili»

Adalberto Signore

da Roma

Di problemi ce n’è più d’uno, da quelli tecnici ad alcuni più squisitamente politici. Perché nonostante la Casa delle libertà continui a proporre all’esterno un fronte compatto per chiamare l’Unione a un improbabile confronto sulla riforma della legge elettorale, al suo interno la maggioranza non pare avere affatto risolto i nodi ancora sul tavolo. E a poco è servito il vertice di ieri a Palazzo Chigi tra Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini, Marco Follini, Roberto Calderoli (costretto da altri impegni a lasciare la riunione in anticipo) e Gianni Letta. Un incontro che si era pure aperto sotto la buona stella di una lunga telefonata del premier al segretario dell’Udc, di questi tempi cosa non certo usuale. E invece la discussione si è presto arenata sulla questione dello sbarramento (il problema tecnico) con un durissimo faccia a faccia tra Fini e Follini (il problema politico) e un sostanziale nulla di fatto.
È il premier a fare gli onori di casa, dopo che in mattinata aveva sentito al telefono anche Pier Ferdinando Casini e aveva poi aperto ai centristi sulla questione dello sbarramento («escludo che non vengano conteggiati nel computo dei voti quei partiti che non arrivano al 4 per cento»). Ed è da lì che riparte Follini, chiedendo l’abolizione dello sbarramento o, quantomeno, una drastica riduzione della soglia. Parole alle quali replica il leader di An. «In mio partito - dice - è per il bipolarismo e già abbiamo fatto un grosso passo avanti nel prendere in considerazione il ritorno al proporzionale. Le nostre condizioni non sono quindi negoziabili». E tra queste c’è pure lo sbarramento del 4 per cento, oltre che l’indicazione del premier e un forte vincolo di coalizione garantito dalla norma anti-ribaltone prevista nella riforma federale. Che, ripete Fini, «deve essere quindi approvata prima della legge elettorale». «Anche perché - aggiunge - era nei programmi e se qualcuno si tira indietro deve assumersene la responsabilità».
È a questo punto che le posizioni si irrigidiscono, con accuse reciproche tra Fini e Follini. Secondo il vicepremier, infatti, l’Udc sta solo cercando di «avere le mani libere», mentre per il segretario centrista «state provando a scaricare la responsabilità di questa situazione tutta sulle nostre spalle». «Bisogna finirla - avrebbe detto a muso duro Follini - con questa storia che noi vogliamo sgretolare la coalizione». «Fini - è la lettura che danno a via Due Macelli sia i “casiniani” che i “folliniani” - ha recitato la parte di Berlusconi. Evidentemente hanno deciso di puntare al logoramento dell’Udc, ma non ce la faranno». Un avvertimento che porta alla mente l’ormai imminente voto sulla riforma federale, vero e proprio cavallo di battaglia della Lega. La Camera, infatti, l’ha calendarizzata per la prossima settimana e, essendo il quarto e ultimo passaggio, potrebbe essere approvata in pochi minuti. L’opposizione, però, è sul piede di guerra e continua con l’ostruzionismo, strategia che potrebbe allungare i tempi fino a ottobre. A tutto vantaggio dell’Udc che guarda a questa eventualità come alla exit strategy rispetto all’impasse in cui si trova oggi. Un passo falso sul federalismo, infatti, avrebbe come conseguenza l’uscita della Lega dalla maggioranza (l’ha detto Calderoli durante la riunione di ieri, l’ha ripetuto Roberto Maroni in pubblica piazza), spostando l’occhio del ciclone dai centristi al Carroccio.
Così, in questa lunga partita tutta interna alla Casa delle libertà, le due formazioni in campo (Forza Italia, An e Lega da una parte, l’Udc dall’altra) continuano a rimandarsi la palla. L’ultimo scambio, non poteva essere altrimenti, è tra Follini e Fini. «Noi siamo proporzionalisti da sempre - dice il segretario centrista - e consideriamo questa legge un vantaggio per tutta la coalizione. È bene che Letta sia investito del ruolo di mediatore presso l’Unione, così da formalizzare che questa non è una nostra priorità ma di tutto il governo». Il no di Fini è categorico, perché «l’esecutivo non deve essere coinvolto». Parole che innescano un vero e proprio scontro tra i due, al punto che Berlusconi è costretto ad interrompere la riunione con un salomonico «ci rivediamo».