Il proporzionale e la tentazione di imitare Caligola

Paolo Armaroli

Durante la prima legislatura repubblicana, tra il 1948 e il 1953, Longanesi volle togliersi uno sfizio. Accompagnato da un amico, dall’alto delle tribune del pubblico si sciroppò un’intera seduta della Camera dei deputati. Alla fine dette di gomito all’amico e disse: «La vedi questa gente qui? Pensa, verrà un giorno che ci toccherà rimpiangerla». Quella gente lì, tanto per non fare nomi, si chiamava De Gasperi, Togliatti, Nenni, Saragat, Almirante, Martino. Giganti, paragonati ai giorni nostri. Se volessimo fare una battuta di spirito, potremmo dire che le legislature sono un po’ come le suocere. O, almeno, certe suocere. Non è vero che sono tutte uguali. No, una è peggio dell’altra. Il guaio è che c’è poco da ridere. La verità è che la nostra classe politica è andata sempre più scadendo. E senza una classe politica degna di questo nome - con le dovute eccezioni, si capisce - l’Italia anziché progredire rischia di regredire e sprofondare in piena Africa. Naturalmente i motivi di tale deprecabile stato di cose sono tanti. Vale la pena enumerarli.
Ai tempi della proporzionale pura c’era il voto di preferenza. E i candidati presentati dai partiti potevano essere così classificati. Da un lato, i fedelissimi del capo sponsorizzati dalle macchine di partito. Dall’altro, soprattutto nel Meridione, i capi bastone dotati di clientele destinate a impinguare il bottino elettorale. Con l’andare degli anni si sono moltiplicati uomini per i quali la politica non è, per dirla con Max Weber, una vocazione ma piuttosto una professione. A un certo punto prima il Pci e poi il Pds, consapevoli di essere figli di un dio minore, utilizzarono al meglio gli indipendenti di sinistra. Personaggi sovente di primissimo piano, a cominciare da Rodotà, che dettero lustro al partito di Gramsci e Togliatti. Ma rompiscatole come sanno essere i professori universitari, rosi dal tarlo dell’antitesi riuscirono perfino nell’impresa di colare a picco il governo ombra messo su alla bell’e meglio da Occhetto. Perciò si pensò bene di farne a meno.
Con Tangentopoli e l’avvento del maggioritario a furor di popolo, partiti più o meno chiacchierati astutamente si aprirono alla società civile. Ma, passata la paura, nel 2001 si richiusero di nuovo a riccio. Ora che è scomparso il voto di preferenza, a maggior ragione c’è chi pensa di poter fare impunemente il bello e il cattivo tempo. È forte la tentazione di eliminare gli uomini di valore per sostituirli magari con cavalli di Caligola. Guardiamo ai Ds e dintorni. Un costituzionalista di prim’ordine come Manzella viene dato in forse, mentre una personalità di spicco come Amato verrà trasferita come un pacco postale dalla Toscana a un’altra regione imprecisata. Né le cose sembrano andare meglio nel centrodestra. Per esempio, non è chiaro se An ricandiderà Anedda e Selva. L’uno, nell’interregno tra un La Russa e l’altro, è stato un eccellente capogruppo ed è universalmente stimato. L’altro, dopo l’uscita dal partito di esterni quali Fisichella e Fiori, può essere considerato l’ultimo dei mohicani di quella felice stagione iniziata a Fiuggi. Se fossero sostituiti da personalità dal curriculum ineccepibile non ci sarebbe nulla da ridire. Ma sospettiamo che perfino un partito che un giorno sì e l’altro pure si richiama alla meritocrazia, come padre Zappata predichi bene e razzoli male.
In tanta disgrazia c’è un guaio. Gli elettori di centrosinistra sono di bocca buona. Basti pensare che nel rosso Mugello elessero un Di Pietro. Gli elettori di centrodestra hanno invece la puzza sotto il naso. Ma stavolta dovranno votare dal primo all’ultimo per impedire a Prodi e ai suoi cari di tornare nelle stanze dei bottoni. Non piacerà loro il partito del cuore che candida cavalli di Caligola? E allora votino per quella forza politica della stessa coalizione che vanta candidati che non vivono di luce riflessa. Non c’è che l’imbarazzo della scelta. L’importante è che non disertino le urne.
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