Il proporzionale ha sparigliato i piani di Prodi

Gianni Baget Bozzo

Quale sarà lo stile di governo di Romano Prodi? In cosa consiste la sua leadership? Lo ha spiegato nel suo primo intervento a tutto tondo nella trasmissione di Bruno Vespa: ricercare su ogni problema il consenso di tutte le parti interessate. Egli ritiene che la sua capacità consista nel porre le forze politiche di fronte alla responsabilità di governo e di riuscire così a schiodare su ogni punto un compromesso significativo. Egli ritiene che questo metodo sia già stato sperimentato con successo nella sua gestione della Commissione europea. Ciò suppone una grande omogeneità di fondo della coalizione: e forse questo era un caso possibile con il sistema maggioritario. Ma con il sistema proporzionale le cose sono cambiate: ogni partito si riferisce al suo elettorato. Questo metodo indica che Prodi non ha alcuna capacità di decisione autonoma, la sua possibilità consiste nella sua abilità a costruire mediazioni infinite, a rifondare a ogni provvedimento l’esistenza di una coalizione che parte unita dalla sua disunione. Ogni partito della coalizione tenderà ad aumentare il suo peso in funzione della propria visibilità. Ciò significa che la concorrenza dei partiti apparirà all’interno stesso del governo. In caso di vittoria dell’Unione, la Margherita andrà alla ricerca dei voti del centrodestra cercando di qualificarsi come la soluzione politica ai problemi di quell’elettorato. I Ds sono la forza fondamentale della coalizione e dovranno mettere in rilievo la propria identità, dovranno mostrare al proprio elettorato che sono la chiave politica del governo. Rifondazione comunista ha in prospettiva l’idea di costruire una sinistra radicale, alternativa ai riformisti e dal Ds. La Rosa nel pugno con Pannella nel motore rivendicherà a ogni passo la propria identità. Già in campagna elettorale le differenze sono marcate. Boselli attacca la Margherita dicendo che Rutelli è il braccio secolare di Ruini, Rutelli afferma che Bertinotti dice scempiaggini. Inoltre è stata la Margherita, non Berlusconi, a sollevare il problema della finanza rossa e a scatenare il caso Unipol.
Il fatto fondamentale è che i partiti sono oggi diventati diversi da quello che erano nelle elezioni del ’96. In quelle elezioni il governo Prodi poteva considerarsi la prosecuzione dell’intesa tra il Pci e la sinistra democristiana, e il sistema aveva ancora i partiti come strutture permanenti e la collaborazione avveniva nella continuità. Ma da allora i partiti sono profondamente cambiati. La Quercia nel 2006 è divenuta un partito composito con correnti interne, non è più una cultura politica definita, si definisce di volta in volta nelle circostanze. La Margherita è un insieme di frammenti, di culture politiche, non è più la sinistra democristiana. Rifondazione è diventata una forza politica di tutto rispetto, che tende ad assumere la protesta sociale anche oltre i limiti di legalità, a seguire le spinte di protesta ovunque si manifestino rappresentandole in chiave antagonista. E tutti i piccoli partiti che compongono la coalizione devono cercare il loro spazio di identità: nessuno ha più un elettorato stabile, ognuno deve cercare il proprio. Se il timore di Berlusconi viene meno, il collante della coalizione si scioglie e ognuno cercherà di esaltare il suo bene proprio e il suo elettorato particolare. I sondaggi sulla popolarità dei vari partiti faranno il resto. Il metodo che Prodi propone è quello di far nascere la coalizione di fronte ad ogni evento, facendo appello al programma. Ma non sarà un programma a dirimere i conflitti, perché ognuno rivendicherà il suo pezzo di programma; il programma è per natura sua un testo aperto a interpretazione e alle differenze di letture. L’unico collante della coalizione potrebbe essere solo il potere e la sua occupazione. E questo è appunto il pericolo illiberale di una coalizione così composita: che l’unico punto di intesa sia la spartizione del potere.
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