Proporzionale alla prova del voto

Francesco Damato

Non vorrei che Antonio Fazio, pur malconcio per l'assedio mediatico, politico e giudiziario al quale è sottoposto da tempo, avesse più possibilità di resistere al vertice della Banca d'Italia di quante ne abbia Marco Follini di ottenere in questo scorcio ormai di legislatura la riforma elettorale proporzionale chiesta ai suoi alleati di governo. I quali, visto il catenaccio annunciato dall'opposizione, pronta a battere anche la strada di un ostruzionismo parlamentare generalizzato, dovrebbero votare compatti la nuova legge, per giunta a scrutinio obbligatoriamente segreto. Che potrebbe fornire occasioni di irresistibile tentazione a quei parlamentari che si sentono a torto o a ragione più sicuri della rielezione nei collegi uninominali del sistema maggioritario.
Certo, lo scrutinio segreto potrebbe indurre in tentazione anche parlamentari dell'opposizione trattenuti per varie ragioni dal manifestare pubblicamente il loro dissenso dal no gridato a squarciagola contro il progetto della maggioranza dal candidato leader della presunta Unione dell'altrettanto presunto centrosinistra. Dove la sinistra di Prodinotti, o Proditero, schiaccia sempre di più il centro. Ma, per quanto possano essere tentati dal sistema proporzionale per tradizione o difesa della propria identità, minacciata dai compromessi che comporta ogni alleanza di governo, non credo che i dissidenti dell'opposizione troveranno la forza di rivoltarsi nel segreto delle votazioni parlamentari agli ordini della loro scuderia. Essi saranno trattenuti dal timore di compromettere una vittoria elettorale che i loro capi considerano sicura e di dare un vantaggio al centrodestra, furbescamente accusato da Prodi di voler cambiare sistema solo per evitare la sconfitta.
Le riforme elettorali non si dovrebbero ostacolare, e non solo fare, puntando ai vantaggi che potrebbero derivarne alla propria parte. Si dovrebbero fare o contestare solo in funzione degli effetti che possono produrre sul funzionamento del sistema e sulla governabilità del Paese. Dopo più di dieci anni di esperienza maggioritaria bisogna convenire che i risultati non sono esattamente quelli promessi o sperati da quanti si mobilitarono con i referendum del 1991 e del 1993 contro il sistema delle preferenze e il proporzionale. Il bipolarismo che n'è derivato zoppica parecchio. Il proporzionale corretto con un premio di maggioranza alla coalizione vincente e con una soglia di sbarramento può migliorare la situazione.
I difetti del sistema in vigore sono stati del resto riconosciuti in una recente intervista alla Stampa anche dal presidente dei ds Massimo D'Alema, che però ha dato appuntamento al centrodestra per una riforma elettorale all'inizio della prossima legislatura, perché adesso non ci sarebbero - ha detto - «né le condizioni politiche né i tempi». Le une e gli altri debbono essere evidentemente solo quelli più utili al suo schieramento, che peraltro ha già ricominciato a tirare scompostamente la giacca al presidente della Repubblica perché collabori al boicottaggio della riforma.
Il ragionamento di D'Alema sulla legge elettorale mi ricorda quello che da capogruppo del Pds egli fece alla Camera nel 1993 per contrastare la riforma della carcerazione preventiva, per quanto proposta anche da un suo compagno. Egli riconobbe che le norme in vigore si prestavano ad abusi, ma ammonì che il «momento» di cambiarle non era «opportuno». Bisognava infatti evitare l'interruzione della mattanza giudiziaria degli avversari dell'ex Pci.