Proposta: basta un giorno per votare

Il dilemma dell’«election day» è ancora impregiudicato, ma sembra stia guadagnando terreno - del che personalmente mi rallegro - la tesi secondo cui conviene accorpare le scadenze elettorali di giugno. Lo svolgimento separato del referendum sulla legge elettorale imporrebbe una spesa variamente valutata - secondo alcuni sotto i duecento milioni di euro, secondo altri sopra i quattrocento - ma sempre importante. Il che in tempi di terremoto d’Abruzzo e di grave crisi economica sembra a molti, più che una spesa, uno sperpero. Nello stesso ambito il governo e il Parlamento potrebbero ipotizzare qualche altro risparmio. Deputati e senatori non hanno adottato - avrebbero dovuto farlo senza bisogno di sollecitazioni - un provvedimentofacile facile in forza del quale le loro spropositateindennità fossero diminuite almeno d’un buon trenta per cento, e alcuni degli immobili romani sui quali si è estesa, con l’inesorabilità d’una metastasi, la loro proprietà, fossero venduti e il ricavato destinato all’Abruzzo. In assenza di queste misure necessarie edurgenti,maperloro spiacevoli, i legislatori potrebbero almeno decidere una cosetta da niente. Ossia, la riduzione a una sola delle due giornate - una e mezza in realtà,maè la stessa cosa - in cui in Italia si vota.Credochenonoccorranoampiespiegazioni per dimostrare una verità evidente: ossia ilmaggiorcosto-eilmaggiordisagio - di quella mezza giornata elettorale in più. Essa serve, ammettiamolo, a distinguere l’Italia dalla banale normalità delle grandi democrazie. Dove si vota un giorno solo, e se la percentuale di chi va alle urne risulta bassa la risposta è «chissenefrega ».Ma ai talenti del ceto politico italianonongliela sifa. Individuatoil male,hanno approntato il rimedio. Poiché poteva capitare che uno o una o tanti, in gita al mare, disertassero il seggio, si è allungato il seggio. Scrutatori, locali, inservienti, polizia, tutti mobilitati anche per l’indomani. Eravamoricchi, noi, e gli schieramenti opposti s’erano parallelamente cautelati dall’assenteismo. Non a spese loro, è ovvio, ma a spese del contribuente. La pacchia è finita. Siamo poveri, adesso; o comunque ci sentiamo più poveri. Soprattutto proviamo ripugnanza per lo spreco rivestito di «politicamente corretto ». Cambiamo, dunque, facciamo come fanno nel mondo tutti quelli che contano. Un giorno e via.