«Proposta iniqua, sbilanciata e costosa»

Sacconi: così si mette a rischio la tenuta dei conti dello Stato e si tagliano gli assegni futuri

da Roma

«La copertura di queste spese è inconsistente». Ma non è soltanto la questione finanziaria ad allarmare Maurizio Sacconi, sottosegretario al Welfare nel governo Berlusconi. Le obiezioni del senatore azzurro riguardano anche il metodo della trattativa seguito dal governo, e il segnale che questa intesa dà all’Europa: quella di un’Italia in controtendenza, che anziché aumentare l’età del pensionamento l’abbassa. Il risultato della notte di Palazzo Chigi è una «forte instabilità dei conti pubblici» e una probabilissima censura da parte di Bruxelles. Ci sono poi iniquità evidenti, ad esempio per quanto riguarda l’aumento dei contributi.
Cominciamo dai conti, senatore: che cosa non la convince?
«L’onere di 10 miliardi di euro in un decennio è, in realtà, sottostimato per molti motivi. Intanto la lista dei lavori usuranti ottenuta da Fausto Bertinotti potrebbe riguardare più del milione e 400 mila lavoratori ufficialmente compresi nell’accordo. Chiunque, nelle fabbriche, ha più di una certa età ha lavorato in catena, dunque si è aperta a dismisura la platea dei diritti soggettivi e i 2,8 miliardi previsti di sicuro non basteranno. I risparmi per 3,5 miliardi che verrebbero garantiti dalla holding degli enti previdenziali nei fatti, poi, non esistono: la Ragioneria dello Stato ha riconosciuto a questa operazione solo oneri aggiuntivi e nessuna economia. E ancora: l’aumento contributivo per i parasubordinati (4,4 miliardi in totale) è sovrastimato, perché è dimostrato che quando i contributi aumentano la platea degli interessati diminuisce. Le sole voci credibili sono i tagli alle pensioni sopra i 3.300 euro al mese o erogate dai fondi speciali (ferrovieri, elettrici, telefonici, dirigenti d’azienda)».
Insomma, il governo per superare lo scalone aumenta i contributi e taglia l’adeguamento di alcune pensioni in essere.
«Sì, ma non solo. Attiro l’attenzione sulla clausola di salvaguardia chiesta da Padoa-Schioppa e prevista nell’intesa. Se i risparmi dagli enti previdenziali non arriveranno, come è quasi certo, scatterà automaticamente un ulteriore aumento dei contributi di circa lo 0,1%. Non va bene, siamo già il Paese coi contributi previdenziali più alti. Si amplia poi lo squilibrio fra contributi e prestazioni per quanto riguarda i lavoratori autonomi».
C’è poi l’incognita rappresentata dal rinvio dei coefficienti.
«Il governo pensa di aver rimesso in moto la macchina dei coefficienti. In realtà, i sindacati la bloccheranno. C’è anche una seconda ambiguità di fondo e riguarda l’aumento della pensione di vecchiaia delle donne, che il governo vuole introdurre con la modifica delle finestre d’uscita: manovra odiosa, visto che raramente le lavoratrici vanno in pensione prima dei sessant’anni. Insomma, molti pagheranno questo accordo in termini di taglio delle prestazioni previdenziali, aumento dei contributi e, con ogni probabilità, con un aumento del prelievo fiscale».
Di fronte a questa riforma delle pensioni, l’Ue non potrà tacere: andiamo controcorrente rispetto al resto d’Europa.
«Basta ricordare che cosa ha detto Lorenzo Bini Smaghi, consigliere della Bce: fuori dall’Italia nessuno capisce perché il nostro Paese s’ingegni a ridurre l’età pensionabile rispetto alle norme in vigore (la Maroni, ndr). Di fatto, da oggi al 2013 si va in pensione prima, e non ci sono neppure i 62 anni obbligatori a regime».
Lei critica anche il metodo seguito nella trattativa.
«Per la prima volta il governo ha negoziato sfacciatamente con il solo sindacato, tenendo fuori dalla porta tutti gli altri soggetti come gli autonomi, che poi risultano pesantemente colpiti. Un’impostazione che non esito a definire classista, e che poi ha portato a un risultato che scontenta tutti. Per i riformisti l’intesa rappresenta un regresso. Ma lascia scontenti anche i conservatori dell’estrema sinistra, che giudicavano non necessario l’aumento dell’età. La verità è che perde il Paese intero».
Reggerà questa intesa all’esame del Parlamento?
«Potrebbe anche non reggere. A sinistra c’è agitazione. L’ipotesi che adesso fa il governo è di inserire le norme nella Finanziaria, costringendo la coalizione alla fiducia senza un vero esame parlamentare. Ma noi senatori del centrodestra siamo pronti a incatenarci a palazzo Madama se non ci sarà data la possibilità di esaminare nel merito, articolo per articolo, questa controriforma delle pensioni».