È proprio un’Inter da Figo Fa segnare persino Adriano

Undici successi di fila, gli uomini di Mancini eguagliano il record della Roma di Spalletti. Il portoghese entra nella ripresa e cambia volto alla partita. Il brasiliano torna al gol dopo nove mesi e scoppia a piangere

da Milano

L’anno di grazia interista 2006 finisce in gloria per l’armata morattiana. Brindisi e panettone meritati per una striscia record di successi consecutivi (in campionato sono undici, come la Roma di Spalletti un anno fa, unico esempio in Europa) che fa luccicare il primato di Mancini e dei suoi baldi corazzieri. Decidono uno sciagurato colpo di testa di Loria nella porta di Calderoni (il 2 a 1) e nel finale tambureggiante il salvataggio di Maxwell sulla linea (evitato il 2 a 2 su capocciata di Carrozzieri deviata da Tissone) che “castra” la rimonta dell’Atalanta. Li chiamano segni del destino, naturalmente. Forse è una specialità della casa se si tiene conto della contabilità degli autogol che spingono la squadra leader del campionato negli snodi decisivi: l’Inter è già a quota 4 (Samp, Livorno e Ascoli i precedenti). Il vento soffia sempre sulle vele più grandi. Ma non è solo una questione di stelle e di maldestre traiettorie. Perché l’Inter soffre le pene dell’inferno per una serie di motivi: l’assenza di otto pedine fondamentali, e tra queste Ibrahimovic e Materazzi su tutti, squalificati dopo Roma. Il primo toglie estro all’attacco, il secondo sottrae autorevolezza alla difesa che pure rimane, con quella della Roma, la migliore del torneo (15 gol subiti fin qui). Bene, la partenza dell’Inter è un percorso tutto in salita e non solo perché c’è Andreolli, un deb, al centro della difesa in coppia con Burdisso. Recoba, al primo scatto, sente una fitta nel polpaccio e deve farsi da parte (al suo posto arriva Adriano dalla panchina), Cambiasso cede per identico motivo all’intervallo, Vieira non ce la fa e lo stesso Crespo tradisce una salute precaria. Un altro gruppo, un’altra Inter forse bisognerebbe scrivere, si sarebbe arresa. L’ultima Inter invece ha un’altra scorza, un’altra testa, un altro temperamento e ce la fa.
L’Atalanta ne mette alla prova tutte le virtù. La squadra di Colantuono gioca un primo tempo da incorniciare. Gol da antalogia di Doni (Vieira lo lascia andare, Andreolli non gli esce incontro) e calcio geometrico eseguito come musica da una grande orchestra. Il cambio di passo, di marcia e anche di qualità, nell’Inter dimezzata, lo producono Figo e Adriano. Uno, il portoghese, immalinconito dal ridotto utilizzo di Mancini, entra nella ripresa e scandisce la grande rimonta. Sue le serpentine migliori, suoi i cross che scolpiscono il 2 a 1, due colpi di testa, uno in tuffo di Adriano, un altro, involontario, di Loria, nella sua porta, con alle spalle Andreolli. Figo ispira, Adriano dopo nove lunghissimi, tormentati mesi, ritrova la strada del gol. Il brasiliano prepara un tuffo come ai vecchi tempi dopo un errore clamoroso (davanti alla porta sguarnita riesce a mettere fuori un pallone da mettere dentro): tutto lo stadio gli perdona il passato discusso, le scappatelle e gli sfondoni, lui si piega in un pianto liberatorio che intenerisce il core.
Non si può liquidare la prova dell’Atalanta facendo spallucce. Spesso capita di vedere una provinciale arrancare dinanzi alle martellanti sequenze interiste. A San Siro succede esattamente il contrario, per almeno un tempo. E quando c’è il disgraziato sfregio di Loria, la squadra di Colantuono si lancia in un inseguimento commovente. Sfiora il 2 a 2. Ma si sa, questo è l’anno di grazia dell’Inter e non conviene fare un dramma dalle parti di Bergamo.