Prosciolto ex senatore vittima di un falso pentito

Si può stare alla gogna per tre anni solo per un’incriminazione (non riscontrata) di un ex tagliagole che ha dimostrato di non essere attendibile già in altri processi? No. È giusto venire a conoscenza di essere indagati per triplice omicidio dai giornali prima che dai magistrati? No. Ha senso intercettare un telefono a trent’anni dal (presunto) delitto? No. È normale, dopo una vita dedicata alla politica e alla lotta alla criminalità organizzata, lasciar perdere la passione di una vita per dedicarsi a smontare montagne d’accusa senza capo né coda?
L’unico sì, in questa storia, è il più importante: è il sì che il gip Luisa Toscano ha concesso alla richiesta d’archiviazione dell’inchiesta a carico dell’ex deputato e senatore del Msi, poi An, Michele Florino, incriminato sulla base delle sole dichiarazioni del pentito di camorra Giuseppe Misso. Che un bel giorno s’è ricordato che Florino avrebbe ordinato l’omicidio di tre persone (Domenico Cella, Ciro Guazzo e Ciro Lollo) il 24 settembre del 1983. La fucilata giudiziaria nei confronti dell’ex parlamentare del Msi e di An arriva nel corso del processo in cui Misso è imputato per l’uccisione di una donna. Raccontò, il collaboratore di giustizia, nel novembre 2008, che l’esecuzione dei tre sarebbe stata decisa perché il clan camorristico dei Giuliano aveva intenzione di chiudere le sezioni del Msi nel rione Sanità e voleva sostenere un candidato socialista. Una versione che il giudice delle indagini preliminari demolisce perché «non riscontrata» e che non intende recuperare nemmeno alla luce di «quanto riferito da Mariano Mirante (altro pentito della banda Misso, ndr) perché costui rende una dichiarazione de relato proveniente da soggetti dei quali non si hanno elementi per valutarne l’attendibilità intrinseca».
Florino sa del procedimento a suo carico il giorno dopo, leggendolo sui quotidiani. «Oggi rivedo la luce», commenta l’ex senatore al Giornale, storico componente della commissione Antimafia per cinque legislature, assistito nel procedimento dall’avvocato Marcella Laura Angiulli. «Ma io ancora mi chiedo: in quale contesto si è consumata questa vendetta nei miei confronti? Durante la mia trentennale attività istituzionale ho combattuto contro la criminalità organizzata con un’infinità di interrogazioni parlamentari e denunce, ho fatto sciogliere tredici Comuni della provincia di Napoli infiltrati dai clan che andavano a braccetto con il centrosinistra; ho chiesto conto del mancato utilizzo dei beni confiscati». Ha dato sempre fastidio. Senza mai arretrare di un millimetro. Nel 2005, ad esempio, è lui a svelare – nel corso di un’affollata conferenza stampa – le amicizie particolari dell’allora procuratore aggiunto di Napoli, Paolo Mancuso, con un pregiudicato sospettato di essere un assassino al soldo del clan capeggiato dal famigerato Ciruzzo ’o milionario. È lui a chiedere conto all’alto magistrato delle inopportune frequentazioni con Stefano Marano, chiacchierato imprenditore edile nei cui confronti, anni prima, la Dda partenopea, quand’era guidata proprio da Mancuso, aveva archiviato un’indagine patrimoniale. È ancora lui a sollevare il caso dei perversi intrecci tra camorra e coop rosse che in Campania s’erano spartite gli affari più ghiotti dei lavori alla rete autostradale. Ed è lui, per un destino beffardo, a finire sott’inchiesta. Oggi la resurrezione, dopo un passaggio negli inferi giudiziari condito dalla sempre puntuale gogna mediatica.