La prostituta e l’imprenditore: tracce e misteri di due omicidi

Due omicidi, due misteri. Almeno per il momento non c’è traccia degli assassini di Maria Burgato, la 55enne soffocata nell’appartamento al primo piano di una palazzina milanese di via Raffaello Sanzio (zona piazza De Angeli) martedì 8 novembre e del 51enne Paolo Vivacqua, freddato con sette colpi di pistola l’altroieri nel suo ufficio di Desio, in via Bramante d’Urbino (nel quartiere San Giorgio) in Brianza. Sono questi i due fatti di sangue che stanno tenendo con il fiato sospeso l’opinione pubblica, spingendo gli investigatori - la squadra mobile di Milano da una parte e i carabinieri del gruppo di Monza dall’altra - a lavorare senza indugi.
Due storie diversissime quelle delle due vittime. Il cadavere della Burgato era stato trovato il pomeriggio di otto giorni fa nella casa che, secondo la polizia, la donna utilizzava per prostituirsi e dove aveva già ricevuto due clienti. Un giro di uomini selezionato e molto discreto il suo, ma che non era passato inosservato in zona. Il cadavere è stata trovato prono sul pavimento del bagno dove la donna giaceva semisvestita. Sotto il corpo tracce di vomito che, in un primo momento, avevano fatto pensare a un malore: solo la successiva autopsia ha rivelato che si trattava di un omicidio. La porta dell’appartamento non era chiusa a chiave e all’interno non sono stati trovati né denaro né l'orologio della vittima, mentre c’era il suo cellulare. La sensazione è che gli investigatori - che hanno già individuato la rete dei clienti della donna e acquisito le immagini delle telecamere di sicurezza della zona - non siano molto lontani dalla verità. «La morte? Non possiamo escludere che possa essere avvenuta nell’ambito di qualche gioco erotico estremo» spiega la polizia.
Quello di Vivacqua è stato un delitto eseguito in modo freddo, con sette colpi sparati da distanza ravvicinata con una semiautomatica calibro 7.65 e tutti a segno. Subito, viste le modalità dell’omicidio, gli investigatori dell’Arma hanno pensato a un crimine legato alla criminalità organizzata anche se gli elementi a loro disposizione al momento non sono molti. Quella che sembra (o hanno voluto far sembrare, per confondere le acque e sviare le piste investigative) un’esecuzione di tipo mafioso, è avvenuta in un giorno e un orario (la mattina di lunedì) in cui vicino all’ufficio non c’erano altre attività aperte e non ci sarebbero telecamere utili, né testimoni.
Vivacqua, nato ad Agrigento ma residente a Carate Brianza, sposato con tre figli, era titolare di alcune ditte brianzole per il commercio di metalli ferrosi, per il rimesaggio delle auto, ma in passato si era occupato anche di edilizia e intermediazione immobiliare. Visti i suoi trascorsi con la giustizia (aveva dei precedenti penali) e un’attività lavorativa con implicazioni e conoscenze non sempre cristalline, si potrebbe pensare a un omicidio legato a un regolamento di conti. Tuttavia gli investigatori preferiscono non offuscare la loro attività investigativa, per ora aperta a 360 gradi. Anche la vita privata di Vivacqua, infatti, presenta aspetti piuttosto complessi. L’uomo, con un altro figlio appena avuto da una nuova compagna romena, aveva attività intestate ai figli ma su cui lui manteneva voce in capitolo. L’uomo aveva grosse disponibilità di denaro, anche liquido: un anno e mezzo fa era stato rapinato di 300mila euro in contanti. E, vendetta a parte, forse chi lo ha eliminato, anche se in maniera tanto «scenografica, potrebbe trarre un beneficio economico dalla sua morte.