La prostituta pentita che donò i suoi averi alla Fabbrica

La studiosa Martina Saltamacchia ha ricercato tutte le donazioni fatte

Se oggi ammiriamo le guglie del Duomo dobbiamo dire grazie anche a Marta, una prostituta pentita che lasciò i suoi averi alla Veneranda Fabbrica della cattedrale. Dobbiamo ringraziare anche Caterina Visconti, moglie di Gian Galeazzo, per aver ceduto senza esitazione tre dei suoi anelli più preziosi fatti di zaffiri, smeraldi e diamanti, dalla cui vendita furono ricavati denari utili alla costruzione. Ma anche Marco Carelli, ricco commerciante che abitava nei pressi di San Babila e che non lesinò sulle offerte per il suo «Domo». Sono questi alcuni dei protagonisti di una storia avvincente ricostruita da Martina Saltamacchia nel volume «Milano. Un popolo e il suo Duomo», quasi duecento pagine che le edizioni Marietti 1820 mandano ora in stampa corredate da splendide immagini.
Ricercatrice alla Rutgers University, nel New Jersey, Saltamacchia ha indagato tra gli antichi documenti per ricostruire la genesi della nostra cattedrale. Chi ha pagato l'infinita fabbrica del Duomo? «El principio dil domo di Milano» - come si legge in una targa posta nella cattedrale - risale al 1386, ma chi ha contribuito davvero alla sua lunga costruzione? Spulciando i registri della Veneranda Fabbrica, la studiosa ha ricostruito una vicenda nella quale i denari si mescolano con la generosità, il salario con il volontariato, la mentalità pratica dei milanesi con il loro attaccamento sincero alla chiesa. La costruzione del Duomo è tutto questo. Sono gli ebdomadali, i quattro deputati del consiglio della Fabbrica che raccoglievano, con turni settimanali (da cui il nome) le offerte dei credenti presso il vecchio altare della chiesa di Santa Maria Maggiore su cui si stava erigendo la cattedrale. Sono i ceppi di legno posti nei crocevia più frequentati, affinché i milanesi potessero lasciare un'elemosina utile all'edificazione della chiesa. Sono le cassette di metallo esposte in strada per raccogliere fondi, le questue che i sacerdoti meneghini erano caldeggiati a fare di casa in casa, con particolare attenzione alle dimore nobiliari. Ma sono anche i trionfi, le ricche e maestose processioni che dalle sei porte della città si spingevano fin verso il duomo: con quadri viventi su temi sacri, radunavano una folla attenta e pronta a lasciare una donazione. Il Duomo nasce anche grazie all'arcivescovo Antonio di Saluzzo che nel 1386 fece un «appello alla carità» a tutti i milanesi.
Non limitiamo il discorso al denaro: vesti, oggetti preziosi, doni in natura venivano offerti dai fedeli e rivenduti dal tesoriere della Veneranda Fabbrica per ricavarne il necessario. E se Gian Galeazzo Visconti merita una menzione speciale (durante il suo governo mise 3mila fiorini all'anno di tasca sua per far procedere i lavori), la studiosa ha dimostrato che nell'anno 1400 le piccole donazioni costituirono il 90% delle offerte registrate, pari a un terzo del totale. «Fu un Duomo costruito dal popolo», conclude Martina Saltamacchia. Non solo per la quantità delle offerte: gli operai lavoravano per 3 soldi al giorno (i mastri per 8) ma in molti non chiedevano nulla. Per tanti milanesi del medioevo lavorare come volontari per edificare la propria chiesa era un onore. Se oggi ammiriamo le guglie dobbiamo dire grazie anche a loro.