Prostituzione, clienti in carcere in Irlanda e Svezia

In Inghilterra multe salate per chi adesca ragazze per strada

Federica Artina

da Milano

Li arrestarono in piena notte, sorpresi in atti osceni lungo un boulevard di Los Angeles. Era il mese di giugno del 1995, e lo scalpore fu grande: in gattabuia per una notte finirono l’attore hollywoodiano Hugh Grant e la sua «concubina» Divine Brown. Una scena che se verificatasi in un altro Stato forse sarebbe passata del tutto inosservata. Già, perché se il Vaticano in questi gironi punta il dito contro i clienti delle «lucciole», la questione viene affrontata dalle varie legislazioni con esiti assai differenti.
Radicalmente contro la prostituzione è schierata la Svezia, dove dal 1999 chi si apparta con una prostituta può rischiare fino a sei mesi di carcere, mentre chi sfrutta le donne oppure affitta locali per questo tipo di attività rischia multe salatissime. Stesso copione in Irlanda, dove sono previste multe e carcerazioni sia per le prostitute che per i loro clienti. Anche la Francia ultimamente ha deciso di adottare il pugno di ferro, soprattutto dopo l’elezione di Jean-Pierre Raffarin: le nuove normative prevedono pesanti punizioni per i clienti e la prostituzione stessa è considerata un reato. Un problema verso il quale il primo ministro dimostra una grande sensibilità, al punto da offrire aiuti economici ai Paesi dell’Est europeo in cambio della firma di un trattato internazionale che vigili sull’emigrazione clandestina finalizzata alla prostituzione.
Sanzioni severe sono previste anche in Gran Bretagna, dove il giro d’affari della prostituzione smuove ogni anno qualcosa come 150 milioni di sterline; una cifra più che plausibile se si considera che solo a Soho, il quartiere a luci rosse di Londra, sono presenti 50 locali che vivono di commercio del sesso. Nonostante questa concentrazione, le case d’appuntamento sono illegali, e così pure è considerato reato il favoreggiamento alla prostituzione, lo sfruttamento e la pubblicità, e ultimamente sono state anche previste multe per i clienti che adescano le donne per strada.
Ma oltre alle roccaforti del proibizionismo esistono anche le oasi permissive, prima fra tutte l’Olanda, dove basta essere maggiorenni e in possesso della cittadinanza per poter esercitare la professione di prostituta ed essere equiparata a qualunque altra lavorante, con tanto di tasse sui proventi e interi quartieri - i «distretti» - dedicati al mercato della professione. Zone dedicate anche in Austria, dove sono pienamente legali anche le case d’appuntamento, regolate da un apposito registro; una procedura simile è prevista anche in Grecia dove l’«abilitazione» alla professione è concessa solo dopo accurate visite mediche e l’iscrizione a una specie di «albo». Germania e Spagna sono altrettanto libertine: in territorio teutonico le prostitute pagano regolarmente le tasse e sono assunte con contratti di lavoro che permettono loro di maturare pensione e assistenza medica. E così pure in Spagna, dove esistono 1800 «puti-club» che pagano le tasse per le loro dipendenti. Un business oltremodo fervido, basti pensare che il Night Privé di Albacete è in grado addirittura di sponsorizzare la locale squadra di calcio, iscritta l’anno scorso nella serie A spagnola.
In Italia la questione rimane preoccupantemente irrisolta. Si stima che nel nostro Paese le prostitute siano tra le 50mila e le 70mila, di cui 25mila immigrate e 2mila minorenni. A Palazzo Chigi giace da mesi un disegno di legge presentato da Gianfranco Fini, Umberto Bossi e Stefania Prestigiacomo, che prevederebbe il divieto a prostituirsi per strada e la prescrizione di controlli sanitari obbligatori e luoghi prestabiliti dove esercitare il mestiere. Ma la soluzione della piaga pare una chimera ancora troppo lontana.