Proteste e sciopero della fame: la battaglia dei cattolici cinesi

E intanto le autorità di Hebei tacciono sull’arresto del vescovo Yao Liang

Marta Ottaviani

Credevano di poterli mettere a tacere e invece si sbagliavano. Migliaia di cinesi appartenenti alla Chiesa Cattolica non ufficiale, vicina a Roma ma fuori controllo del regime, hanno iniziato lo sciopero della fame. Una protesta pacifica e silenziosa, ma che rischia di creare non pochi problemi al governo di Pechino, che da anni è noto alla comunità internazionale per la scarsa libertà religiosa.
I cattolici cinesi hanno iniziato lo sciopero della fame per protestare contro l’arresto di migliaia di altri fedeli, avvenuto sabato scorso a Hangzhou, nella provincia di Zhejian. La loro unica colpa era quella di aver tentato di opporsi alla demolizione di una chiesa. Non chiedevano nulla: solo un posto in cui poter pregare. E per questo motivo 3.000 fedeli, che manifestavano pacificamente sono stati caricati dalla polizia. Alcuni testimoni oculari, che hanno preferito rimanere anonimi, hanno detto che alcuni manifestanti sono stati picchiati così violentemente che adesso si teme per la loro vita.
Il numero di persone arrestate è incerto, ma dovrebbe essere intorno a 53. Di queste cinque sono leader della Chiesa di Dangshan, nel distretto di Xianshan. Secondo i responsabili della parrocchia, il governo della regione avrebbe deciso di demolire la chiesa perché vedevano messa in crisi la loro autorità. L’edificio sorgeva in un’area dove c’è una particolare densità di cattolici, che per la maggior parte non aderiscono alla chiesa detta «ufficiale», ossia quella i cui vertici sono sotto il controllo del regime cinese.
Ma Hangzhou non è l’unica zona della Cina dove i cattolici non ufficiali hanno problemi. Anzi. Ma il regime, anziché fornire chiarimenti, preferisce nascondersi dietro posizioni ambigue. Le autorità della provincia dell’Hebei non hanno né confermato, né smentito l’arresto dell’ottantaduenne vescovo Yao Liang, anche lui appartenente alla tanto osteggiata Chiesa non ufficiale e già arrestato anche nel 2005. La sua scomparsa e quella di un altro prete, Li Huisheng, erano state denunciate dalla fondazione «Cardinal Kung». I due religiosi sarebbero stati prelevati il 30 luglio scorso e da quel momento di loro non si hanno più notizie.
Ma anche questa volta la comunità cattolica non è stata zitta e il 2 agosto alcune decine di fedeli hanno manifestato, presentando anche una petizione in difesa della coppia di religiosi. Le autorità della regione hanno risposto con una carica della polizia e l’arresto di 90 cattolici. Di questi 20 sono stati rilasciati nelle ore successive. Degli altri non si sono più avute notizie. Negli scontri ci sono stati diversi feriti. La furia della polizia si è abbattuta anche su una donna incinta, che ha abortito poco dopo il suo ricovero in ospedale.
Sulla sorte di Yao Liang sono aperte diverse ipotesi. Alcuni temono anche che il vescovo stia subendo pressioni per costringerlo ad aderire alla cosiddetta «Chiesa patriottica», all’associazione dei cattolici fedeli al governo di Pechino.
I cinesi che hanno aderito alla Chiesa Cattolica ufficiale sono quattro milioni. Gli altri, quelli che si rifiutano di riconoscere nello Stato cinese un autorità suprema e guardano al Vaticano, sarebbero almeno il doppio. Il condizionale è d’obbligo perché, oltre a non avere un posto dove pregare ed essere perseguitati, sono costretti a vivere la propria esperienza religiosa nell’ombra.