Le proteste, le pecore e l’Agnoletto

(...) forse si è capito qualcosa di più sulle intenzioni di alcuni dei manifestanti.
Le proteste sono legittime, per carità. Nessuno vuole negare a nessuno il diritto di opporsi alla Gronda. Ma è chiaro che ci sono forze politiche, soprattutto quelle cancellate dal Parlamento dal voto dell’anno scorso, che puntano a ricostruire il consenso anche cavalcando il malcontento e i movimenti.
Ribadisco, non lo trovo affatto scandaloso. Le loro idee non sono le mie; i loro metodi non sono i miei; le loro parole non sono le mie; la loro politica non è la mia. Ma se pensano che sia il modo giusto per ritrovare il consenso perduto, facciano pure. Certo, mi pare curioso che siano le stesse forze politiche che contestano pesantemente il Pd e poi magari ci governano insieme negli enti locali e sono alleate al momento delle elezioni. Ma, per l’appunto, sono fatti loro. Gli elettori giudicano la coerenza.
Quello che mi preoccupa di più - anche per tanti anti-Gronda in assoluta buona fede, che conosco personalmente, di cui capisco tutte le ragioni e che credo meritino un’attenzione e una cura quasi maniacali da parte del Comune - è l’idea che la protesta diventi qualcosa d’altro. Che si trasformi in una sorta di simbolo di una resistenza alla lotta contro l’isolamento di Genova, magari guidata dai centri sociali e dai rivoluzionari in servizio permanente effettivo, meglio se con la pensione da parlamentari.
A farmi temere il salto di qualità (si fa per dire) della protesta è l’idea di alcuni dei Comitati Anti Gronda di fare fronte comune con i movimenti che si oppongono all’Alta Velocità in Val di Susa e in Toscana. E le dichiarazioni in proposito di Agnoletto, riportate dal Secolo XIX, sembrano andare proprio in questa direzione: «Trasformeremo questa protesta in una nuova Val di Susa, dove la Tav è ferma da vent’anni». A me, non pare una cosa di cui vantarsi, ma se l’europarlamentare di Rifondazione ed ex leader del Genoa Social Forum è contento così, buon per lui.
Però. Però c’è un’altra storia. E vorrei raccontarla, essendomene occupato personalmente quando il direttore mi affidò uno dei servizi più interessanti in tanti anni di Giornale. Andare nei paesi della Val di Susa a distanza di pochi mesi dalla protesta, dalle notti all’addiaccio, dalle marce No Tav con tanto di sfondamenti di cordoni di polizia e manganelli in azione, dalle scritte in cui la Tav veniva paragonata allo sterminio della guerra e il nome di Venaus veniva storpiato in Venauschwitz.
Ecco, a distanza di pochi mesi, alcuni dei leader di quel movimento che era tutte le sere al primo titolo dei tigì e al posto d’onore dei talk show, con alcuni sindaci che probabilmente speravano fosse anche il grimaldello per fare il salto di qualità ed entrare in Parlamento, facevano l’autodafè. Spiegavano che la Tav non era così brutta, sporca e cattiva. I cittadini, soprattutto, raccontavano di essere stati strumentalizzati e di aver cambiato idea in molti, scoprendo che la Tav non significava inquinamento e morte per amianto come avevano spiegato loro, ma sviluppo, apertura al mondo e lavoro nella valle.
Ci tengo a precisare una cosa. Non sono un’integralista delle opere pubbliche. Anzi, penso che il territorio e la sua salvaguardia vengano prima di tutto, soprattutto in un Paese come l’Italia, per cui il territorio è la ricchezza più grande. Tanto per fare un esempio, non mi entusiasma affatto il Ponte sullo Stretto. Ma credo che il concetto di «sviluppo sostenibile» imponga delle scelte. E la scelta della Gronda è fra queste.
Tutti quelli che parlano di inquinamento e di costi ambientali (problema radicalmente diverso dalle case e dagli espropri, che mi sembra il problema vero per il quale, fino ad oggi, non abbiamo sentito alcuna soluzione seria), hanno mai considerato a quanto ammonta il costo quotidiano dell’imbuto che si crea sulla nostra rete autostradale? Quelli che parlano di emissioni, hanno mai provato ad aprire il finestrino in coda sulla A10? Ci provino, poi ne parliamo.
Insomma, spero che tanti che protestano in buona fede, non diventino strumenti di altro, con cui c’entrano poco o nulla. E, soprattutto, spero che la Gronda si faccia, ma rispettando le popolazioni.
Anzi, se posso, vorrei riportare pubblicamente l’auspicio del dottor Narici, un nostro caro lettore: che la via d’uscita e l’armonizzazione fra le sacrosante esigenze delle popolazioni e le sacrosante esigenze di non chiudere Genova al mondo possa essere trovata da Claudio Scajola, uno che non si è mai tirato indietro quando c’è stato da lavorare per la Liguria. E qui si parla di fatti, non di opinioni. Di fronte ai numeri e alle realizzazioni reali, le chiacchiere stanno a zero, come dicono a Roma. Da ministro dello Sviluppo Economico a ministro dello Sviluppo Economico sostenibile, il passo è breve.
Soprattutto sarebbe una bella lezione per quei pochi che, nel centrodestra, pensano di cavalcare i comitati lucrandone vantaggi elettorali. Poveri illusi di una lezione mai imparata.