La protezione civile: «Insediamenti necessari Il governo aiuti i Comuni a renderli più sicuri»

Stroppa: «Il rogo doloso a Opera ha fatto spendere 150mila euro per sostituire le cose distrutte. L’area ne doveva costare 30mila»

«La prima condizione perché i campi rom non si trasformino in un’emergenza dal punto di vista della sicurezza è ridurne le dimensioni, proprio come intende fare l’amministrazione milanese in via Triboniano, suddividendo l’attuale mega-baraccopoli in tre o quattro porzioni più piccole». Massimo Stroppa, responsabile dello staff provinciale dell’assessorato alla Protezione civile, condivide la politica di Palazzo Marino in materia di integrazione. Una cosa è certa: «Bisogna superare la logica della prima accoglienza, sviluppando buone pratiche di inserimento sociale. A partire dalla dignità di un alloggio, dalla scolarizzazione dei minori, dal lavoro degli adulti. Altrimenti dovremo convivere per sempre con concentrazioni esplosive, al di fuori delle regole». Un ragionamento condotto sulla scorta di precedenti esperienze di carattere umanitario, dalla gestione della situazione post-sgombero in via Capo Rizzuto passando per la vicenda dei profughi provenienti dall’ex polveriera di viale Forlanini, per finire ai più recenti fatti di Opera.
Alzare un muro che separi nomadi e privati cittadini può servire alla causa della convivenza?
«Non credo sia la soluzione appropriata. Come sono certo che non fa parte dei piani delle istituzioni milanesi. Il problema non è di separare, semmai di presidiare con l’ausilio delle forze dell’ordine. Garantire tutti i restrittivi controlli resi possibili dalla legge. Per far questo può essere necessario, al massimo, definire l’area di un insediamento».
Cosa rispondete ai residenti esasperati da anni di illegalità?
«La protesta, se civile, è comprensibile. Lo sforzo ulteriore che chiediamo alla gente è di condividere esperimenti come quello in corso a Opera. I rom sottoscrivono un “patto”, promettendo di attenersi alle norme di convivenza civile in cambio di solidarietà. Chi non lo rispetta è fuori da ogni tutela. Anche se cittadino europeo».
Un modello che chiama tutte le realtà dell’area metropolitana a fare la propria parte.
«Su questo punto enti locali e terzo settore hanno già trovato un accordo. Ma per rendere realizzabile il nostro intervento servono fondi e risorse dal governo centrale: i Comuni non possono essere lasciati soli ad affrontare le emergenze».
Il fronte del «no» ai campi rom individua negli sprechi economici uno dei punti fermi della propria battaglia.
«Dipende da come si guarda la questione. Il rogo doloso di Opera ha fatto sì che si spendessero fino a 150mila euro di denaro pubblico per rifornire il campo del materiale distrutto. Invece, secondo il progetto iniziale, l’allestimento non avrebbe dovuto superare un esborso di 30mila».