"Il protocollo di Kyoto? Meglio usare le zanzariere"

Intervista con Bjorn Lomborg, studioso di statistica e bersaglio preferito degli ecologisti "duri": "Applicare le decisioni del trattato internazionale costa 180 miliardi di dollari l'anno. Meglio educare le coscienze"

Lo hanno iscritto d’ufficio nel club impopolare dei «climate change deniers», vale a dire i «negazionisti del cambiamento climatico». Il richiamo ai negazionisti dell’Olocausto è chiaro, così come è evidente il messaggio subliminale: Bjørn Lomborg, studioso danese di Statistica, docente all’Università di Aarhus, sta dalla parte dei cattivoni, dei nemici dell’umanità. Per rendere ancor più esplicito il messaggio, pochi anni fa, in una libreria di Oxford, un oppositore gli tirò una torta in faccia.

La terribile colpa del professore è quella di aver pubblicato, nei primi anni del nuovo secolo, un libro intitolato L’ambientalista scettico. Dove si metteva in dubbio il Sacro Verbo degli ambientalisti catastrofisti. Costoro hanno trovato il leader principale in Al Gore, che ha convertito una carriera di politico del Partito democratico statunitense (e vicepresidente di Bill Clinton) in quella di paladino dell’ecologia, producendo libri e documentari come Una scomoda verità (premio Oscar), fino ad aggiudicarsi il Nobel per la pace nel 2007. Lomborg ha appena pubblicato un altro libro, che in Italia è uscito col titolo Stiamo freschi (Mondadori, pagg. 232, euro 18, traduzione di Maria Cristina Bitti). L’originale, Cool it, suona come

«Non scaldiamoci troppo».

«Nel senso di “non facciamoci prendere dal panico”» specifica lo studioso, per il quale l’atteggiamento allarmistico e apocalittico nei confronti dei temi ambientali non solo non serve a nulla, ma conduce a scelte economiche, scientifiche e politiche inutilmente costose. «Dobbiamo avere il coraggio - continua - di decisioni intelligenti. Basate su strategie che fanno bene, e non semplicemente che ci fanno sentire bene».

Al Gore, o meglio la scuola di pensiero che rappresenta, sostiene che il pericolo più grave per la salute dell’uomo sia dovuto al «riscaldamento globale». Le emissioni di biossido di carbonio causate dall’utilizzo dei combustibili fossili provocherebbero il cosiddetto «effetto serra» e apocalittiche mutazioni climatiche. Lei come risponde?
«I media ci assillano con queste storie sul cambiamento del clima. Usano termini estremi come “punto di ebollizione”, “disastro climatico”, “ultima generazione” e così via. Io dico solo che non dobbiamo perdere la testa. Il riscaldamento globale esiste, è reale ed è stato provocato dall’uomo. Verso la fine di questo secolo avrà un effetto serio sull’ambiente e ovviamente sugli esseri umani. Ma tanta agitazione è esagerata».

Secondo lei non ha senso ridurre su vasta scala le emissioni?
«No. Si tratta di scelte sbagliate e prive di efficacia. Le politiche climatiche previste per esempio nello sbandierato Protocollo di Kyoto, che Usa e Australia non hanno mai ratificato, anche in caso di attuazione porterebbero miglioramenti risibili, a fronte di un costo di chissà quanti miliardi di dollari».

Però la temperatura dell’atmosfera aumenta.
«Sì. Abbiamo la possibilità anche di prevedere di quanto: 2,6 gradi centigradi entro il 2100».

E le sembra poco?
«Dipende dall’interpretazione dei dati. Le zone fredde si scalderanno relativamente più di quelle calde, quindi è sbagliato parlare di “ondate di caldo”, come quella che ha colpito l’Europa nel 2003. E poi quello di “temperatura ottimale” è un concetto molto relativo. Potrà sembrare un ragionamento un po’ cinico, ma non dimentichiamo che su scala globale attualmente sono molti più i morti per il freddo che i morti per il caldo. L’uomo, poi, è una creatura molto adattabile. Dobbiamo ragionare in termini di miglioramento assoluto delle condizioni di vita degli esseri umani sul pianeta».

Ma si sciolgono i ghiacci, aumenta il livello dei mari, Manhattan e Venezia diventeranno subacquee...
«Ci sono centinaia di studi a questo proposito. Alla fine questo aumento è calcolato tra i 18 e i 59 centimetri. Secondo la maggioranza, però, sarà in media un aumento di 29 centimetri. Che certo non sono pochi. Ma è la stessa crescita che abbiamo osservato dal 1860 a oggi. L’aumento da oggi al 2050 sarà di 12 centimetri, lo stesso dal 1940 a oggi. E le conseguenze non sono state devastanti. La questione, piuttosto, è un’altra».

Vale a dire?
«Bisogna mettere le nazioni a rischio in grado di difendersi dagli effetti dell’innalzamento del livello delle acque. Il che significa investire in sistemi di protezione costieri. Faccio degli esempi: la Micronesia, 607 isole nel Pacifico occidentale, perderebbe più del 20 per cento del suo territorio. Con le protezioni, meno dello 0,2 per cento. Le Maldive passerebbero dal 77 per cento allo 0,0015 per cento. E anche in Vietnam e Bangladesh le perdite sarebbero minime. Dunque si tratta di alzare il livello di ricchezza di quei Paesi».

Lei nel suo libro parla di rapporti costi-benefici. Che cosa intende?
«I costi legati alla riduzione delle emissioni sono enormi. Anche in termini di abitudini sociali. Mi permetta di usare un esempio estremo: è evidente che se la velocità massima di circolazione fosse di 5 chilometri orari, le vittime degli incidenti stradali scenderebbero a zero o quasi. Ma nessuno immagina di adottare un provvedimento simile. Applicare il Protocollo di Kyoto salverebbe magari la vita di 2-3 orsi polari; un serio provvedimento contro la caccia ne salverebbe una cinquantina: che cosa costa di più e che cosa porta maggiori benefici? Kyoto costa 180 miliardi di dollari l’anno. Potrebbe, è vero, evitare 70 milioni di contagi di malaria. Ma una seria ed efficace opera di educazione e prevenzione sanitaria costerebbe 3 miliardi di dollari ed eviterebbe miliardi di contagi. Che cosa conviene? Potrei continuare a lungo...».

A questo punto, di chi sono le maggiori responsabilità? Europa, Usa, Cina, India?
«Di tutti. In questi casi si deve agire di comune accordo. È evidente che India e Cina saranno responsabili nei prossimi decenni della maggioranza delle emissioni di anidride carbonica, e dunque del riscaldamento globale. Ma possono contribuire allo sviluppo di tecnologie sempre più efficaci per contrastarne gli effetti, dal campo edilizio a quello della gestione delle risorse idriche. Dico: prima di Kyoto vengono le zanzariere; anziché pensare di controllare gli uragani, si possono costruire edifici più resistenti; prima di imporre altre tasse sul biossido di carbonio, si può pensare a gestire meglio i sussidi all’agricoltura, in modo da premettere ai contadini del Terzo mondo di lavorare i loro terreni come si deve, anziché morire di fame».