Prova di coraggio dei monaci birmani che tornano in piazza contro il regime

Forse si ricomincia. I monaci tornano in piazza, ripartono da Pakokku, la città birmana settecento chilometri a nord-ovest di Rangoon, dove il 6 settembre la protesta vestì per la prima volta i colori delle loro tuniche. Lì l’esercito iniziò a sparare sulle folle. Lì i sai confluiti dalla pagoda di Shwegu e dagli oltre 80 monasteri della città sacra conquistarono la testa dei cortei, ispirarono le tre settimane di protesta che fecero sperare la Birmania. Poi arrivarono la fine di settembre, gli arresti di massa, le uccisioni e le violenze seguite dall’orrore renitente del mondo. Ora Pakokku rilancia il segnale. Chiamarla rivolta o anche solo protesta è già un’iperbole.
Quelli scesi in strada ieri, senza un fiato, senza un solo slogan, sono cento, forse duecento sai silenziosi. Un muto serpente zafferano nella plumbea via birmana alla normalizzazione. Un dissenso senza parole e senza sonoro. Per dargli voce e anima devi sintonizzarti sulle radio della dissidenza, prestar fede alle citazioni dei monaci senza nome che garantiscono di non temere né arresti né torture, e promettono di voler riprendere le manifestazioni per il rilascio dei prigionieri politici. Battiti di ciglia nella paralisi dell’obbedienza coatta. Impercettibili segnali di vita a tre giorni dal ritorno di Ibrahim Gambari. La prima toccata e fuga dell’inviato dell’Onu non fu più di una comparsata. Una staffetta obbediente e rispettosa dai fortilizi di Naypyidaw, l’inaccessibile capitale nella giungla in cui vivono isolati il tiranno Than Shwe e i suoi generali, e il quartiere di Rangoon dove la dissidente Aung Saung Suu Kyi ha trascorso agli arresti domiciliari dodici dei suoi ultimi diciotto anni di vita. Più che mediare, Gambari certificò la vittoria del regime, recitò il requiem per l’opposizione. Than Shwe, dimostrando di non aver scordato i suoi studi di stratega della guerra psicologica, usò quel fantasma della diplomazia internazionale per offrire al mondo un simulacro di moderazione. Si disse pronto a riprendere i colloqui con la sua nemica pretendendo in cambio la rinuncia ad ogni pretesa, la trasformazione in mite oppositrice di facciata.
Congedato Gambari il tiranno inviò alla reclusa un mediatore designato. Sang Suu Kyi non si piegò e la farsa si chiuse lì. Ora Gambari ritorna, e quel barlume di protesta silenziosa e disarmata rinata dai templi di Pakokku ricorda a tutti che - fin quando il mondo si accontenterà di stare a guardare - la giunta militare sarà libera di fare nuove vittime, di moltiplicare i propri colpi, di ridurre al silenzio anche chi non è stato ancora schiacciato sul fondo della palude silenziosa.
Del resto sotto il fango dello Stige birmano è sepolto ben più dell’orrore della repressione. Su quelle vergogne indaga il rapporto di Human Right Watch pubblicato proprio ieri. La relazione dell’organizzazione per la difesa dei diritti umani si apre con la storia di Maung Zaw Oo, rapito a 14 anni da un «reclutatore» di volontari e venduto all’esercito birmano in cambio di dieci euro (20mila kyat birmani), un sacco di riso e una lattina di olio per cucinare. La storia di Maung Zaw è il primo passo negli inferi del reclutamento coatto di bambini, della compravendita di corpi e vite acerbe consegnati in cambio di pochi spiccioli agli accampamenti militari e ai loro generali. Solo quel mercimonio può esaudire la richiesta di seimila reclute mensili pretesa da Tatmadaw, l’esercito birmano, l’armata con la più alta percentuale al mondo di fanciulli in divisa. L’icona della derelitta infanzia in divisa raccontata dal rapporto di Human Right Watch è un bimbo di undici anni arruolato quand’era alto un metro e trenta e pesava trenta chili. Era più esile del fucile che avrebbe dovuto maneggiare, ma il suo reclutatore e l’ufficiale che lo comprò si divisero il bottino. Del resto quei bimbi non servono a combattere. Tutt’al più a morire. Fanno numero, garantiscono servizi, trasporti e pulizia coatti nelle trincee e nelle caserme. Sono i piccoli schiavi dell’apparato militare, i portatori sulle cui schiene viaggiano cibo, rifornimenti e munizioni per le truppe vere. Sono carne da macello, trovatelli venduti da trafficanti senza scrupoli, cuccioli di uomo da abbandonare nelle retrovie sgomberate o da lasciar saltare sui campi minati. Vengono acquistati, ora che la richiesta si è impennata, a venti euro cadauno, pagati la metà, mandati a morire senza rimpianti e senza pietà.