La prova: Prodi fa fuggire i capitali in Svizzera

La Camera di commercio ticinese: «Timore di imposte di successione»

Gian Maria De Francesco

da Roma

«È già iniziata la fuga di capitali: chiamate Lugano, chiamate Bankitalia, chiamate qualche notaio e vedete se quello che dico è vero». Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, con queste parole lo scorso 20 marzo, in piena campagna elettorale, ha segnalato il pericolo di una ripresa massiccia dell’espatrio dei capitali, fenomeno arginato nel 2002 e nel 2003 con lo scudo fiscale. I timori legati a un incremento della tassazione sulle rendite finanziarie, ma soprattutto al ripristino delle imposte su donazioni e successioni propugnate dal programma dell’Unione hanno determinato la svolta.
E se i notai già hanno confermato la corsa alle donazioni, ora anche dal Canton Ticino si ha notizia di un afflusso di capitali dal Bel Paese. «Gli italiani sono tornati a mettere al riparo i loro patrimoni in Svizzera - spiega il direttore del Center for Internatinal Fiscal Studies di Lugano, Giancarlo Cervino - ed è un fenomeno che è ripartito da un paio di mesi, tutto legato ad aspetti psicologici». Il timore che un governo di centrosinistra potesse mettere in qualche modo le mani nelle tasche dei contribuenti è stato sufficiente a scatenare la reazione. «L’aumentare dell’incertezza - aggiunge - ha spinto a mettere al riparo i capitali. Certo, ancora non ci sono tutte le evidenze statistiche perché il movimento è ripreso di recente, ma il problema esiste».
Il percorso inverso, secondo Cervino, i capitali italiani potranno percorrerlo solo tra qualche mese. «Chi si è riparato in Svizzera attenderà che si faccia chiarezza sulla fiscalità in generale, sulla legislazione del lavoro (le polemiche sulla legge Biagi, ndr) e dell’economia per riportare in Italia il proprio denaro. Nel frattempo bisogna considerare che i patrimoni all’estero rappresentano un danno per l’Italia».
Dello stesso avviso Franco Ambrosetti, presidente della Camera di commercio del Canton Ticino. «I banchieri e i titolari di società fiduciarie con cui parlo sono tutti allegri. Quindi credo che gli affari stiano andando bene anche se probabilmente si tratta di milioni e non di miliardi di euro», spiega al Giornale. Anche Ambrosetti ritiene che il fattore-incertezza sia stato determinante. «Secondo me i timori di essere nuovamente sottoposti alle imposte di successione ha avuto un peso determinante. Allo stesso modo stanno ritornando quei capitali che erano stati fatti rientrare in Italia con lo scudo fiscale per paura che non venga rispettata la garanzia dell’anonimato e vengano tassati retroattivamente». Ma perché la Svizzera? «Oggi si possono trovare condizioni agevolate per l’offshore in Lussemburgo e nelle Channel Islands, ma in Ticino si parla italiano e c’è un rapporto confindenziale tra istituti e clientela che si è cementato nel corso degli anni», sottolinea il presidente della Camera di commercio alla quale è affiliata anche l’associazione bancaria del Cantone.
L’unico tema controverso è quello dell’aumento dei posti di lavoro nel settore finanziario a Lugano e dintorni a causa dell’arrivo dei capitali italiani. «Qualche assunzione c’è stata», conclude Ambrosetti. Molto più prudenti i diretti interessati. «Siamo piuttosto tranquilli - dice una fonte bancaria - e aspettiamo il ponte del 25 aprile. Se ci sarà l’invasione degli italiani come accadeva fino a qualche anno fa, vuol dire che qualcosa è veramente cambiato».
Il regime fiscale del risparmio in Svizzera merita, infine, un approfondimento. Gli accordi bilaterali tra la Confederazione e l’Ue hanno elevato al 20% il prelievo sulle rendite finanziarie degli investitori esteri. L’aliquota è superiore a quella del 12,5% applicata in Italia (sui conti correnti invece è al 27%; ndr). I costi di gestione, poi, sono mediamente più elevati rispetto al nostro Paese. La salvaguardia del proprio patrimonio da tasse e balzelli, evidentemente, può giustificare anche un minor rendimento netto.