La prova regina? Eccola, è il "letto sfatto"

La condanna di "Repubblica": le foto del lettone e del tavolo ovale
della casa di Arcore sono la "pistola fumante". Tra le lenzuola non c’è
nessuno, meno che mai Berlusconi. Ma non importa, il verdetto ormai è
inappellabile

Se la procura preme sull’acceleratore del rito immediato, il partito della Repubblica è già alla sentenza. Anche se la prova evidente, la smoking gun, insomma la pistola fumante, pare essere la foto di un «letto sfatto». Dev’essere il lettone del bunga bunga, ma il suo principesco inquilino non c’è. In quel momento sarà stato in bagno, non importa. Quell’istantanea del Cavaliere e l’altra del «grande tavolo ovale», probabilmente «quello dove si è fatto immortalare dal settimanale Chi per le feste di Natale», sono evidentemente prove per Repubblica. Di più: prove pesanti. Prove che spingono verso la condanna sprint.
Il verdetto lo verga con un articolo sterminato Giuseppe D’Avanzo che crocifigge il Cavaliere piantando nel suo discorso parole durissime, definitive, inappellabili: «I fatti sono per lui inaffrontabili e vuole giocare la partita fuori dal processo». I fatti sono per lui inaffrontabili. Una frase che vuole dire una sola cosa: l’accusa ha accumulato prove su prove, la difesa non ha nulla, ma proprio nulla cui appigliarsi. E D’Avanzo, in effetti, liquida con un certo disprezzo gli elementi messi insieme dagli avvocati del Cavaliere, Piero Longo e Niccolò Ghedini, attraverso interrogatori e investigazioni. «Il premier - scrive l’editorialista - sa bene che le testimonianze raccolte per le indagini difensive fra le ragazze che mantiene, i dipendenti che retribuisce e i ministri che accoglie nel governo (Frattini, Galan, Bonaiuti...) pesano sulla bilancia della giustizia come un fiocco di polvere». Dunque hanno un peso specifico vicino allo zero.
La difesa ha fra le mani un fiocco di polvere. La procura invece ha le testimonianze, le telefonate che D’Avanzo promuove a «documenti acustici, decine di documenti acustici», e tutto il resto. Un armamentario imponente, descritto puntigliosamente da Piero Colaprico. Colaprico enumera. D’Avanzo, invece, strapazza il premier. Che davanti a reati «inaffrontabili» perché alti come l’Everest se non di più, scappa dal processo affidandosi «ai tecnici della contraffazione». E i tecnici fanno il loro lavoro. Non smontano l’inchiesta, non cercano altri fiocchi di polvere per risollevare le misere sorti del premier. No, fanno leva - ci spiega D’Avanzo - «sulla mancanza di fiducia in se stessi degli italiani». Addirittura? Sì, «l’argomento ripetuto come una filastrocca è questo: “chi sono io, chi sei tu per giudicare? Siamo tutti uguali, siamo tutti inclini a fare il male e quanti cercano o fanno finta di essere onesti sono solo dei santi o degli ipocriti, ma in entrambi i casi che ci lascino in pace”».
Chiaro? Anche D’Avanzo scappa dal processo. E dalla cronaca giudiziaria. Raggiunge le vette dell’antropologia, della religione, della sociologia. Si arrampica in cielo, s’intrattiene con Hannah Arendt e ci ricorda con lei che «in un’aula di tribunale non vengono giudicate tendenze, culture, antropologie, ma persone in carne e ossa che hanno commesso atti perfettamente umani, ma violando le leggi che riteniamo essenziali per l’integrità del nostro vivere comune». Perfetto. Berlusconi avrebbe violato la legge due volte, andando a letto con una prostituta minorenne e abusando dei suoi poteri per far rilasciare Ruby, fermata e portata in questura. Le prove?
Repubblica le mette in fila in un grandioso crescendo. Ci sono le orge, i verbali di Ruby, i racconti delle ragazze che non ci stanno, le celle di Arcore che agganciano ripetutamente il cellulare di Ruby. Il 14 febbraio, il 20 dello stesso mese e ancora il 21, il 27 e il 28. A marzo, a Pasqua e il primo maggio. Finita la carrellata sul calendario, avanti con le foto. Foto che dovrebbero mostrare «il puttanaio». Foto «che rafforzano il quadro accusatorio». Foto che dovrebbero essere per gli inquirenti la pistola fumante. Foto attese spasmodicamente da settimane.
Eccole le immagini. Repubblica le descrive minuziosamente: «Una inquadra un grande tavolo ovale. Sembra proprio quello dove s’è fatto immortalare dal settimanale Chi per le feste di Natale, circondato dai familiari. Intorno, però, ci sono un sacco di ragazze, le solite». E allora? La didascalia non aggiunge altro, ma dedica spazio ad un’altra foto. Immagine «che - prosegue Repubblica - riprende la camera da letto di Berlusconi con il letto sfatto». Un po’ poco, per narrare lo scandalo. Certo, ci sono altri scatti: «Scatti che inquadrano le fotografie di casa. Sono i primi piani del premier da giovane. Capelli neri e sorridente».
Più che la smoking gun questo è un viaggio a ritroso. L’amarcord di Silvio Berlusconi. La prova regina sarà da qualche altra parte. Certo, sarà un po’ difficile portare in tribunale l’album di una vita.