Alla prima prova il Terzo polo si squaglia

Altro che "unica voce": mercoledì arriva in Senato la riforma
dell’università e la nuova formazione "alternativa" si spacca. Finiani
favorevoli, rutelliani astenuti e centristi contrari. E la convivenza
sembra già impossibile. Intanto<strong> <a href="http://stage.ilgiornale.it/a.pic1?ID=494932">la Moroni anti Vaticano fa tremare Casini
</a></strong>

Roma - Che non sia e non voglia diventare un partito si sapeva, ma un «coordinamento parlamentare» sì, unito e compatto nell’opposizione, sia pur «dialogante» e «costruttiva», per il «bene del Paese». «D’ora in poi cento e più parlamentari parleranno con una sola voce», annunciava Pier Ferdinando Casini la settimana scorsa. «Da domani agiremo insieme in Parlamento e nel Paese», assicurava Adolfo Urso per Fli.

A quanto sembra, però, l’afflato unitario si infrangerà al primo tornante parlamentare e mercoledì, nell’aula del Senato, il Terzo Polo casinian-finian-rutelliano voterà in due, se non addirittura in tre modi diversi. Su un provvedimento importante, peraltro: la riforma Gelmini dell’Università. Alla Camera, il primo dicembre scorso, Futuro e Libertà ha votato a favore (e così ha fatto anche l’Mpa); i rutelliani dell’Api si sono astenuti (dopo aver votato a favore al Senato in prima lettura) e l’Udc ha votato contro. La tripartizione potrebbe ripetersi pari pari anche a Palazzo Madama, con buona pace della «voce sola».

La decisione ufficiale deve ancora essere presa, e oggi si riuniranno gli stati maggiori di tutti i partiti che fanno parte del Terzo Polo per dirimere la questione. Rocco Buttiglione aveva ipotizzato qualche giorno fa che l’atteggiamento dell’Udc potesse cambiare al Senato, se il governo avesse promesso più fondi per la riforma. Ma Casini non sembra intenzionato a mutare scelte: «Allo stato non ci sono ragioni perché i gruppi cambino atteggiamento rispetto alle decisioni già prese dai singoli gruppi alla Camera», anticipa Roberto Rao.
C’è chi adombra la possibilità di tenere tutti sulla stessa linea scegliendo l’astensione, ma Fli non ci starebbe perché al Senato astenersi equivale a un voto contrario. «Noi la riforma Gelmini l’abbiamo approvata, sia pur senza grandi entusiasmi, perché rappresenta un onesto tentativo di migliorare lo status quo dell’Università italiana», spiega Benedetto Della Vedova. «Con la sua iniziativa parlamentare, Fli è riuscita a migliorare un po’ il testo iniziale e a renderlo più credibile con l’attribuzione di nuovi fondi: non vedo motivi per cambiare atteggiamento ora». E la divisione nel voto con gli alleati terzopolisti? «Mi pare l’ultimo dei problemi, sinceramente», getta acqua sul fuoco Della Vedova, «anche chi critica il provvedimento ha buone ragioni dalla sua parte, e l’Udc lo ha già bocciato a Montecitorio».

Al Senato, l’unico partito terzopolista ad avere un gruppo autonomo è proprio Fli, mentre l’Udc (come Api e Mpa) è componente del Misto con i suoi quattro senatori. Gli effetti della divisione nel voto sul ddl Gelmini non saranno dunque plateali, ma il problema resta. Ed è tutto politico.

Tra i principali attori terzopolisti, l’afflato unitario scarseggia. Per Fini, come per Casini, l’investimento sul rassemblement è tutto tattico e contingente, e questo rende quanto meno fragile la sua identità politica. Se il primo aveva necessità di una scialuppa di salvataggio su cui imbarcarsi dopo la batosta della fiducia, il secondo ha bisogno di prendere tempo e di far lievitare le proprie azioni, in attesa di decidere su quale tavolo giocarsele. Entrambi vogliono disporre di un’arma dissuasiva rispetto al voto anticipato, e sperano che la minaccia di un listone che al Senato può far saltare i premi di maggioranza regionale per il centrodestra serva all’uopo. Ma se questo unisce Fini e Casini, quasi tutto il resto li divide. E mercoledì al Senato rischiano di darne la prima dimostrazione.