Prove di accordo tra Unicredit e Capitalia

da Milano

Piazza Cordusio, ieri mattina: Cesare Geronzi varca la soglia della sede di Unicredit. Ad aspettarlo, qualche piano più in alto, c’è Alessandro Profumo. Parlano per circa un’ora, i numeri uno di Capitalia e Unicredit: prima della riunione del cda di Mediobanca e mentre la Borsa sembra interpretare il rendez-vous milanese come il primo atto formale della futura fusione tra le due banche, quella destinata a creare un gruppo da 100 miliardi di euro di capitalizzazione.
Tace Geronzi, abbottonatissimo sui contenuti del colloquio; parla invece, qualche ora più tardi, il secondo possibile co-regista dell’aggregazione. Per precisare: «Abbiamo discusso del sistema duale di Mediobanca, e solo di quello». Una puntualizzazione, quella dell’ad di Piazza Cordusio, che non raffredda, ma semmai alimenta, la temperatura degli investitori. Anche perché la fusione tra Unicredit e Capitalia viene vista come lo strumento utile a spianare la strada a Geronzi verso la presidenza del consiglio di sorveglianza di Piazzetta Cuccia. Inoltre, dopo l’incarico di consulente strategico affidato giovedì scorso da Geronzi a Claudio Costamagna, secondo Radiocor anche Profumo avrebbe fatto la propria scelta, scegliendo ancora una volta di appoggiarsi a Merrill Lynch.
Scommette dunque la Borsa sul fatto che le nozze siano più vicine. Lo si capisce a fine seduta, al termine di scambi da capogiro: Unicredit, con 266 milioni di azioni passate di mano (circa il 2,5% del capitale), è stato il titolo più “gettonato“ anche se i realizzi ne hanno indebolito il valore dello 0,8%; l’istituto capitolino ha invece messo a segno un più 3,2% a 7,42 euro, il miglior risultato del Mib30, con 88 milioni di pezzi scambiati (circa il 3,5% del capitale).
Cifre da incastonare sulle prime ipotesi di concambio che cominciano a circolare a Piazza Affari tra gli operatori, convinti che l’intesa «possa avvenire a breve»: c’è chi punta su un’integrazione alla pari, altri prevedono 1,1 azioni Unicredit per ogni titolo Capitalia, «quindi poco sopra gli 8 euro». Eppure, i tempi della possibile unione non sembrano essere così rapidi. Nessuna riunione del patto di sindacato di Capitalia è infatti in calendario nel fine settimana («Ne riparliamo lunedì», ha spiegato una fonte), mentre dovrebbe invece tenersi tra venerdì 18 e lunedì 21 maggio la riunione del cda chiamata a esprimersi sulle modifiche della governance imposte dalla legge sul risparmio.
L’unione, per quanto benedetta dal governo e da Bankitalia, rischia inoltre di incontrare ostacoli proprio per il cambio di assetti che determinerebbe. Faceva notare ieri un operatore: con la fusione, «Unicredit si assicurerebbe anche la quota di maggioranza in Mediobanca (9,6%) e un ulteriore 2,69% nelle Generali». Infatti. Non a caso, uscendo da Piazzetta Cuccia al termine della riunione di ieri, Vincent Bolloré, capofila dei soci esteri della banca d’affari, ha sostanzialmente detto che questo matrimonio non s’ha da fare: «Siamo per l’indipendenza di Capitalia e per il rispetto degli equilibri di Mediobanca. Evidentemente Capitalia fa parte di questi equilibri e dunque il gruppo c (quello che fa riferimento agli azionisti stranieri, ndr) vigila attentamente affinché gli equilibri restino quelli che sono». Meno preoccupati paiono invece il presidente del patto di Mediobanca, Piergaetano Marchetti («al momento non vede problemi» per gli assetti azionari da un’eventuale aggregazione), e il direttore generale, Alberto Nagel («Non siamo spaventati da quello che potrebbe accadere»).
Un’ulteriore complicazione potrebbe però essere rappresentata dai francesi di Société Générale, per la quale la banca guidata da Profumo ha manifestato interesse. Dopo un incontro con 5 rappresentanti sindacali, il presidente Daniel Bouton, ha definito Piazza Cordusio un pretendente per un’integrazione «intelligente». I potenziali partner europei di SocGen sarebbero complessivamente otto, e tra questi non figura Bnp Paribas.