Le prove lo costringono ad ammettere di aver accompagnato la sua ex fidanzata a venti metri dal vicolo dell’assassinio. Ma il magistrato non lo arresta e lui conosce le carte dell’accusa Delfino «portato» sul luogo del delitto e liberato Ecco l’inter

Il fascicolo sull'omicidio di Luciana Biggi e sul mancato arresto di Luca Delfino è a Roma. Ma non contiene l'«assoluzione» del pm Enrico Zucca come è stato persino già annunciato. Il procuratore generale Luciano Di Noto non aveva infatti il compito di prendere decisioni, né di esprimere giudizi. Gli era stato chiesto di raccogliere il materiale sul caso e di inviarlo al ministero di Grazia e Giustizia. E sarebbe un insulto alla sua correttezza e alla sua intelligenza sostenere che lui ha mandato a dire a Clemente Mastella che il pm ha ragione. Nel dossier c'è tutto. Proprio tutto il materiale raccolto, compresi gli elementi che imbarazzano la procura e che, nel caso dal tribunale genovese non fossero stati inseriti nel fascicolo, sarebbero comunque arrivati sul tavolo del ministro, mettendo in cattiva luce proprio chi li aveva tenuti nascosti.
Ma cosa c'è nelle carte? In tutte le carte? C'è quello che finora nessuno ha ancora detto. Quello che c'è in atti mai pubblicati, tanto che si è sempre detto che Luca Delfino, l'ex fidanzato di Luciana Biggi oggi in carcere per aver ucciso a Sanremo l'ultima sua ex fidanzata Antonietta Multari, potesse contare su un «buco» di oltre mezz’ora e di circa 400 metri dal luogo del delitto. Un «buco» nero che avrebbe costretto il pm a non arrestarlo per mancanza di certezze.
Questo perché finora sono sempre uscite le carte «parziali». Invece Delfino è stato «portato» a venti metri da vico San Bernardo dove è stata trovata sgozzata la Biggi. E questo a una manciata di minuti dal suo omicidio. Diciamo non più di cinque minuti. E lì, in quell'ora tanto «calda» ce l'hanno «portato» proprio gli inquirenti, i poliziotti della squadra mobile ma anche e soprattutto il pm Enrico Zucca, durante un interrogatorio che ha messo il sospettato in crisi, lo ha costretto a smentirsi da solo più volte, ma anziché concludersi con il suo arresto, lo ha visto uscire dall'ufficio come uomo libero.
Ecco, per la prima volta, il testo di quell'interrogatorio. Ecco, in esclusiva, come è stato riempito il presunto «buco» spazio-temporale. Ecco perché il «ragionevole dubbio» era diventato molto meno «ragionevole». Ecco perché resta l'interrogativo sui motivi che hanno indotto il pm a non arrestare l'ex fidanzato della vittima quando ormai lo aveva costretto alla resa, contestandogli tutte le assurdità delle sue risposte.
Delfino, di fronte ai poliziotti, al pm e al suo avvocato Riccardo Lamonaca, ricostruisce alla perfezione tutta la giornata precedente il delitto. Una giornata con Luciana Biggi, al termine della quale i due vanno nel centro storico. Secondo l'indagato perché lei cercava cocaina e lui cercava di evitare che lei si mettesse nei guai. Considerazioni a parte, le parole di Delfino sono precise. Ogni suo spostamento è verificato dagli elementi in mano alla squadra mobile. I due arrivano in piazza delle Erbe all'1.55. C'è anche la conferma della telecamera. Poi, avvicinandosi luogo (vico San Bernardo) e ora (2.30-2.40) dell'omicidio, la ricostruzione di Delfino diventa un colabrodo.
Ecco le sue parole. «A un certo punto abbiamo (lui e la vittima, ndr) lasciato la piazza e ci siamo diretti in via San Bernardo, siamo giunti all'angolo dove c'è il bar Moretti che era chiuso, abbiamo girato sulla sinistra, lungo una strada a sinistra e poco dopo siamo giunti in un locale dove si accede, per quanto ne so, con una tessera o pagando, comunque noi siamo riusciti a entrare perché la porta era aperta e nessuno ci ha detto niente. (È il Mascherona, ed effettivamente la squadra mobile accerta che il buttafuori, in quel momento, non era a presidiare la porta. Il particolare ricordato tanto bene da Delfino sarà molto importante più avanti, ndr)».
L'indagato dice che nel locale si è fermato poco e che lui e la fidanzata non hanno trovato nulla da fare e sono usciti quasi subito. Sono appena passate le 2 di mattina. Testimoni raccontano di aver visto litigare Delfino e la Biggi nei bagni. Lui l'ha minacciata gridandole «Puttana, ti uccido, ti uccido». E nei bagni l'ha violentemente afferrata per i capelli e sbattuta contro il muro. Sono particolari che Delfino non sa ancora quando dice che tutto era filato liscio quella sera. La polizia sa anche il perché delle liti. È ancora la gelosia a scatenare il fidanzato, che non accettava neppure che la ragazza prestasse il cellulare a un giovane che glielo chiedeva in prestito per fare una telefonata. Il pm contesta a Delfino questa lite, gli dice cosa sanno.
E lui risponde. «Non è successo niente di particolare. Nego di essermi adirato con Luciana o di aver discusso con lei. Ricordo invece che lei se l'è presa con delle ragazze, diceva che erano lesbiche, ma è stata cosa di poco conto». Ecco finalmente il momento in cui si interrompono tutte le notizie note finora. Quelle che lasciano aperto il «buco». Delfino effettivamente afferma: «Siamo quindi usciti e lei se n'è andata per i fatti suoi dopo esserci salutati. Ho visto che scendeva dalla discesa lungo la strada da cui eravamo giunti (via San Bernardo, ndr). Io non l'ho seguita perché mi sono fermato sull'uscio a parlare con un ragazzo per circa un quarto d'ora o forse più».
Inizio del buco nero? Macché. La polizia mica se n'era stata ad aspettare la confessione. Il materiale lo aveva già in mano. E lo aveva consegnato al pm. Persino lo stesso Delfino, prima di contestazioni dirette, si rende conto che la versione dell'addio banale sulla porta del bar è poco credibile, dopo un'intera giornata di continue «pressioni» su Luciana. E alla prima domanda risponde: «Non so spiegare perché proprio a quel punto ci siamo divisi nonostante tutta la serata passata insieme. Ci siamo salutati semplicemente senza litigare. Prendo atto che ciò sembra incongruente con il mio comportamento tenuto fino a quel momento e con la volontà di stare vicino alla ragazza anche per proteggerla, ma così è stato».
Così è stato? Delfino resta più di un quarto d'ora sulla porta del locale? A parte il fatto che questo fantomatico «ragazzo» con cui avrebbe parlato non è mai stato rintracciato e il suo cellulare che Delfino diceva di avere non è mai stato dato alla polizia, la squadra mobile ha il testimone che smentisce il sospettato. Una ragazza che era al Mascherona ha raccontato di essere uscita dal locale perché il cellulare non aveva campo e doveva mandare un sms. Quel messaggino risulta essere stato effettivamente mandato alle 2.15. E lei ricorda perfettamente che in zona non c'era nessuno. Né davanti al locale, né nelle vie limitrofe, perché lei stessa aveva paura e si guardava bene intorno.
Il particolare, che Delfino non sa fino a questo momento, gli viene contestato. E lui ci ripensa. «Io poi mi sono allontanato e sono ritornato verso il bar Moretti e ho imboccato via San Bernardo in direzione Caricamento». Eccoci, il sospettato va verso il luogo del delitto. Ricorda persino gli ombrelloni del ristorante «Le colonne di San Bernardo», pochi metri dal punto in cui è stato trovato il corpo di Luciana Biggi. Non è più così distante, né il tempo, né il luogo dell'omicidio. Il «buco» è diventato un forellino piccolo piccolo. E non è ancora finita.
«Giunto in fondo al bar Moretti, nella piazza San Bernardo non ho notato nulla. Confermo di essere sceso verso Caricamento», aggiunge l’interrogato. Ah, sì? E come mai allora la telecamera che dall'angolo di via San Bernardo punta verso Caricamento non lo ha mai inquadrato? Il pm gli dice della telecamera. Gliene chiede conto. Delfino: «Prendo atto che mi si fa notare che se avessi imboccato via San Bernardo sarei stato inquadrato da una telecamera. Allora vuol dire che invece di scendere, uscito dal locale, sarò salito. Bisogna considerare che ero bevuto. Non so precisare che percorso ho fatto, però devo essere arrivato comunque verso piazza Cavour e Caricamento». I poliziotti ricordano bene con quanta precisione e in che minimi particolari Delfino avesse ricordato fino a quel momento la notte del delitto, compresa l'entrata al Mascherona, locale riservato ai soci ma in quel momento senza buttafuori alla porta. Improvvisamente, vicino all'ora e al luogo del delitto, Delfino si confonde perché «bevuto».
Il fatto è che la polizia ha altri assi nella manica. C'è un'altra telecamera, cui Delfino non aveva fatto caso. È quella della scuola di vico Vegetti, la stradina che collega il Mascherona al luogo dell'omicidio. Viene chiesto al sospettato come mai quella telecamera lo avesse «visto» insieme alla Biggi andare verso via San Bernardo. Delfino risponde di aver accompagnato la fidanzata solo fino all'angolo. Lui stesso dice così di essere arrivato su quello che, di fatto, è il luogo dell'omicidio. Senza contare che, secondo le sue innumerevoli ricostruzioni, lui ammette sempre di essere stato in zona (e non potrebbe fare altrimenti visto che ci sono altri dati incontestabili che lo inchiodano da quelle parti fino alle 2.54, un quarto d'ora / venti minuti dopo l'omicidio) ma di non aver mai sentito o visto nulla. Neppure le ambulanze, le automediche, le volanti della polizia, gli uomini della squadra mobile e della scientifica.
Di fonte alle contestazioni Delfino vacilla, non sa dare risposte. È stato portato a venti metri dal corpo di Luciana Biggi e a pochissimi minuti dall'omicidio. Alle 2.54, appunto, una telecamera in fondo a via San Bernardo lo riprende mentre esce dal centro storico. Ma lui non sa dire che giro abbia fatto per arrivare fino lì.
Il fatto è che dopo l'interrogatorio, Delfino non viene arrestato. Ma lui e il suo avvocato dopo il faccia a faccia con gli inquirenti sanno un sacco di cose che prima non sapevano. E possono tornare sul luogo del delitto e degli spostamenti, per farsi una mappa delle telecamera, studiare un percorso «credibile» e non verificabile. L'esperienza di molti casi dice che gli interrogatori possono essere condotti in diversi modi. Si può lasciare che l'indagato dica quel che vuole per poi «usare contro di lui» davanti al giudice tutte le cose false e incongruenti che racconta. Oppure contestargli subito qualsiasi punto, svelandogli naturalmente gli elementi a disposizione dell'accusa. Solo che questa strada viene seguita quando si ha la certezza di avere in mano elementi ferrei, e che comunque, a fine interrogatorio, in assenza di spiegazioni valide e plausibili, portano all'arresto del sospettato.
Invece Delfino ha saputo cosa aveva in mano la polizia ed è tornato a casa. A mezzo stampa in questi giorni c’è stato un florilegio di accuse contro la polizia. Attribuite direttamente ai magistrati, ci sono anche quelle di un lavoro condotto senza tenere presenti neppure i più banali protocolli di indagine. Ma difficilmente si riferivano anche alle scelte fatte in sede di interrogatorio. Tutto il materiale, compresa la legittima e doverosa relazione del pm Zucca che spiega il suo operato, ora è a Roma.