Prove di dialogo sulla legge elettorale. E Prodi si spaventa

Il premier teme che l’accordo possa accelerare la crisi Verdi e Pdci contro il modello tedesco: piace ai poteri forti

Roma - Daglie de tacco, daglie de punta. Ogni giorno porta la sua pena, e ogni giorno Romano Prodi cerca di scansare i calci che arrivano alla sua poltrona. Calci d’un «fuoco amico», visto e considerato il bailamme provocato dai nuovi assetti del Partito democratico, e l’evidente commissariamento in atto del suo governo. «Gran parte del manifesto di Veltroni è nel programma», cerca di restare a galla il premier. Ma è evidente che la morsa tra il sistema delle imprese (Montezemolo), il cosiddetto «nuovo conio» di Rutelli, e la prudente ma inesorabile avanzata di Veltroni danno a Palazzo Chigi l’impressione di un accerchiamento. Assedio che troverà nella querelle sulla legge elettorale (e/o il referendum) una delle più potenti leve capaci di schiodare Romano.

Il nervosismo è palese: come manda a dire Massimo D’Alema nell’ennesima intervista «rassicurante» per il premier, il governo potrebbe durare tutta la legislatura soltanto a patto che ci sia «un pensiero lungo, non la nevrosi dei prossimi quindici giorni». E a proposito della frase di Veltroni («a Palazzo Chigi solo se eletto»), la chiosa del ministro degli Esteri è illuminante: «Le parole di Walter non significano poi che se cade un governo non se ne possa fare un altro...». Certo, su D’Alema resta l’ombra del famoso complotto del ’98, e il ministro cerca ancora una volta di fugare il sospetto («Fu tutta un’altra storia e non lo facemmo cadere noi»). Così il ministro sta bene attento a calcare la mano sugli attestati di stima e la «polizza vita» concessa al governo, volendosi tirar fuori dalle fastidiose liti che danneggiano il Partito democratico.

Ma altrettanto chiaro resta che gli scossoni del Pd e la stagione dei sospetti che li accompagna sembrano più l’effetto che la causa di una crisi strisciante, dalla quale non si vede via d’uscita. Un altro dei motivi per i quali l’attenzione ora si dirige verso la legge elettorale, tassello indispensabile per giungere in primavera a elezioni anticipate, come ieri pronosticato anche da Berlusconi a Telese. La risposta di Prodi è stata molto risentita: «Berlusconi in questo è come un calendario perpetuo, il governo cade sempre sei mesi dopo...». Peggio ancora, sulla legge elettorale: «Berlusconi? È già la quarta volta che cambia idea... Domani darà un altro parere». Se questo sta diventando il terreno di scontro, l’apparente indifferenza berlusconiana a «votare anche con questa legge, magari con piccole correzioni», significa che gli schieramenti stanno già lanciandosi segnali d’intesa. Così il ministro Chiti cerca di vedere le carte: «Se Berlusconi vuole il referendum, lo dica». Ma la trattativa è ancora ai blocchi di partenza.

Il terreno sul quale si giocherà è quello del sistema tedesco: l’unico, ammette Piero Fassino, che «troverebbe ampia maggioranza in Parlamento». La sfida è stata lanciata apertamente da D’Alema, che ha voluto diradare talune fumosità veltroniane. «Il modello tedesco va bene - dice D’Alema -, e lo si può rafforzare introducendo l’obbligo di indicare le alleanze prima del voto». Una postilla in linea con quanto dichiarato nel pomeriggio dal capo dell’opposizione: le due fazioni comunicano, al di là dei rispettivi fuochi di sbarramento. Visto dalla prospettiva di Palazzo Chigi, il dialogo rischia di essere un ennesimo campanello d’allarme in grado di mettere in crisi, fino a scardinarlo, il precario assetto dell’Unione. Non a caso è proprio uno dei leader in passato più vicini al sistema alla tedesca, il verde Alfonso Pecoraro Scanio, a interpretare una riforma in tal senso come un grimaldello per «future alleanze» che escludano le «ali».

«Chi parla del sistema tedesco dica apertamente che intende affossare il bipolarismo e quindi far cadere Prodi e la coalizione», avverte Pecoraro. E il comunista Marco Rizzo aggiunge che «essere contro il sistema tedesco e tutti i sistemi che tendono a cancellare le forze critiche della società è doveroso. Un ipotetico futuro dettato dal bipartitismo altro non sarebbe che il governo dei poteri forti». In soldoni, quanto pensa anche Prodi. Timoroso del fatto che un eventuale sbarramento alla tedesca (il 5 per cento) può interessare anche Rifondazione, che sgombrerebbe il campo per la «Cosa rossa» e si ritaglierebbe - nel periodo di un governissimo di larga convergenza - il ruolo di unico partito d’opposizione.