Prove di dialogo Veltroni-Tremonti. Mezzi sorrisi, ma l’intesa è lontana

Primo confronto sulla riforma elettorale: "Sì al modello tedesco corretto". Ma una citazione dell’ex vicepremier rimarca le distanze

Saint Vincent (Aosta) - Un grande albergo nella città del gioco d’azzardo e un’accomodante platea democristiana. Una base di sistema tedesco e qualche spruzzata di bipolarismo. Evocazioni cinematografiche e citazioni filosofiche. Walter Veltroni e Giulio Tremonti. La prima prova di dialogo nella settimana dei vertici Veltroni-Fini (oggi) e Veltroni-Berlusconi (venerdì). Esito agrodolce. Ma quel che conta è l’atmosfera.
L’esperimento si svolge al convegno della fondazione Donat-Cattin. Di primo mattino, mentre i canuti congressisti della fu sinistra Dc si radunano nella sala colazione Billia, si respira già l’aria del grande incontro. Più che sulla serata al casinò, si scommette sul dibattito: «Tremonti farà da sparring partner per allenare Veltroni in vista dell’appuntamento con Berlusconi?».

Quando Tremonti si presenta puntuale, Veltroni è arrivato da un quarto d’ora. E ha già fatto in tempo, nell’ordine, a ricordare ai figli di Donat Cattin che «ci siamo conosciuti due anni fa». A omaggiare l’anfitrione Pezzotta: «Mi ha chiamato Savino, non potevo mancare...». A salutare con trasporto il moderatore Sandro Fontana, il mitico Bertoldo corsivista del Popolo, beneficiato di un «Ciao Sandro, passa il tempo ma sei sempre uguale» che non dimenticherà più. A chiedere informazioni sull’attività della fondazione: «Dov’è la sede? I documenti dove li conservate?». Ad accarezzare, sussurrando parole francesi, una bimba che si è fatta avanti tra gli astanti.

Dunque a Tremonti, quando arriva al bar dove lo aspetta la compagnia, Walter appare come il vero padrone di casa. «Ciao Giulio», e lo fa sedere accanto a sé, mentre continua a dispensare sorrisi interessandosi finanche delle mutevoli condizioni meteorologiche valdostane: «Bella giornata, sì. Ah, ieri era brutto?». E costringendo il malcapitato Tremonti, dopo minuti di imbarazzato silenzio, a non trovare altro modo per partecipare all’happening che buttare lì: «A Pavia oggi è brutto...». Gelo.
Insomma sin dalle prime battute lo schema della partita è chiaro: Walter a tutto campo, Giulio di rimessa. Uno smanioso di risultare simpatico, l’altro snobisticamente orgoglioso di non esserlo. Per dire: quando gli porgono una lettera per chiedere a Roma di ospitare nel 2010 una conferenza Onu, Veltroni la legge all’istante, impegnandosi a fare il possibile (anche se nel 2010 chissà dove sarà). Quando un aficionado chiede a Tremonti la disponibilità a partecipare a un convegno, la risposta è laconica: «Vedrò se possibile».

Pur così antropologicamente diversi, una volta sul palco, mentre qualche metro più in là si celebra «la lezione di Donat Cattin», i due si annusano, si scambiano mezze frasi e qualche sorriso. Commenti complici. Si avvicinano. Ammiccano. Insomma ci provano, eccome, a dialogare. Ognuno a modo suo. Il discorso di Veltroni è avvolgente, circolare. Cita «un documentario sul Brasile che ho visto stanotte su Sky». Quello di Tremonti pungente, cartesiano. Cita i comunicati finali delle riunioni del G7 sul rules based trade. Walter include: «Facciamo uscire insieme l’Italia dal tunnel, poi ognuno per la sua strada». Giulio distingue: «Ci sono ostacoli, difficile fare le riforme la mattina e l’opposizione il pomeriggio».

Veltroni prende appunti qua e là e manda sms come uno studente. Tremonti si toglie l’orologio come i docenti universitari all’inizio della lezione. Quando parla Walter citando il sociologo Zygmunt Bauman teorico della «società liquida», Giulio stringe le labbra e si sistema gli occhiali. Quando Tremonti ribatte con Pio XII e Jacques Maritain, Veltroni sta salutando Evelina Christillin seduta in prima fila.
Tremonti studia la platea, Veltroni la scruta. E non manca di sfogliare platealmente, a beneficio del pubblico, i volumi della fondazione Donat-Cattin. Per interminabili minuti compulsa «I grandi protagonisti del popolarismo italiani» e riesce quasi a farselo piacere. Tremonti non lo farebbe mai. Ma quando Walter si allontana un momento al telefono, o si distrae per anticipare il volo di ritorno a Roma, Giulio pare quasi ingelosito. E lo cerca con gli occhi.
Al dunque, Veltroni mette sul piatto la sua proposta per la «fine del bipolarismo coatto»: sistema proporzionale tedesco corretto, «le soluzioni lasciamole ai tecnici». Ma più che il modello, conta «lo spirito di dialogo che finalmente s’è fatto strada» e dunque riconosce che c’era del buono nella riforma costituzionale del centrodestra.
Ma non basta per guadagnarsi l’applauso di Tremonti. Il quale esordisce con una massima: «Ci sono momenti in cui la parola è meglio del silenzio e il dialogo è meglio della dialettica». E tutti a trascriverla. Sembra di buon auspicio e Walter si distende, ma poi arrivano le spine. Tremonti fa l’elogio della «grande coalizione» e Veltroni storce il naso. Quindi rimpiange l’intesa di governo Togliatti-De Gasperi che produsse la Costituzione del ’48. Infine contesta una frase di Veltroni sulla destra «figlia degli egoismi». Walter incassa nervoso. Straccia gli appunti. Ma prima di salutare tenta l’ultimo abbraccio. A modo suo: «A rimpallarsi insulti si fa la fine dei personaggi di Novecento di Bertolucci, scriviamo le riforme insieme».

Tremonti risponde quando Veltroni è già andato via. A modo suo. Con una metafora di cui non nasconderà la soddisfazione («Mi è venuta sul momento») e che fa arrovellare gli esegeti: «Prima ho citato Maritain, ma forse è un po’ troppo filosofico. Allora cito Kant: la colomba per volare ha bisogno di un’atmosfera che ne sostenga le ali. Il disegno della colomba c’è, perché ci sia l’atmosfera ancora un po’ ci vuole».
Onorevole, la colomba è il sistema tedesco, d’accordo, ma l’atmosfera?
«Chiedetelo a Kant».